Letture iconologiche. 2
La visione di sant’Uberto con ritratto di gentiluomo di Carlo Ceresa

L’ABITO (NON) FA
IL MONACO

L’arrivo all’Accademia Carrara di Bergamo della Visione di sant’Uberto con ritratto di gentiluomo di Carlo Ceresa, protagonista insieme a Evaristo Baschenis della scena artistica bergamasca del XVII secolo, arricchisce e completa in modo significativo il percorso espositivo del prestigioso museo cittadino.

Enrico De Pascale, Alessio Francesco Palmieri-Marinoni

La pinacoteca dell’Accademia Carrara di Bergamo lo scorso novembre ha acquisito un importante dipinto, La visione di Sant’Uberto con ritratto di gentiluomo (1650 circa, olio su tela, 243,8 x 198,4 cm), del pittore bergamasco Carlo Ceresa (1609-1679), il più importante artista orobico del Seicento insieme a Evaristo Baschenis.

L’opera, collocata nella sala XXI, riallestita per l’occasione con una significativa selezione della ritrattistica lombarda compresa tra XVII e XVIII secolo (oltre a Ceresa, Ceruti, Bonomini, Fra Galgario), è pervenuta al museo grazie a un comodato decennale da parte di UBI - Banca popolare di Bergamo, che l’ha appositamente acquisita sul mercato antiquariale per arricchire in modo significativo il percorso museale.

Un dipinto di questo genere, insolito, monumentale, di un pittore tanto radicato nel territorio, non poteva trovare casa che nella pinacoteca cittadina, a riprova della vocazione profondamente pubblica del mecenatismo legato all’arte.

Protagonista di spicco della scena artistica bergamasca del XVII secolo, Carlo Ceresa è stato un prolifico autore di pale d’altare e di ritratti, realizzati nell’arco di mezzo secolo per una committenza prevalentemente locale. Il suo linguaggio asciutto e severo, ben lontano dall’enfasi e dall’esuberanza barocche, si inserisce a pieno titolo nella tradizione lombarda della “pittura della realtà”.

Il dipinto in esame, di cui non è nota la collocazione originaria, raffigura la Visione di sant’Uberto (e non di sant’Eustachio, come fin qui creduto) avvenuta, secondo la tradizione, un venerdì santo nella foresta delle Ardenne, in Belgio.

Uberto avrebbe avuto la visione di un crocifisso tra le corna di un maestoso cervo (simbolo di Cristo che combatte il serpente-demonio)


Durante una battuta di caccia Uberto avrebbe avuto la visione di un crocifisso tra le corna di un maestoso cervo (simbolo di Cristo che combatte il serpente-demonio), che lo invitava ad abbandonare la sua vita dissoluta e a convertirsi. Vissuto nel VII-VIII secolo, Uberto divenne successivamente vescovo di Maastricht e di Liegi. Il suo culto è particolarmente diffuso nel Nord Europa e in Italia settentrionale. È il santo protettore dei cacciatori (si festeggia il 3 novembre), dei fonditori di metalli, dei lavoratori dell’ottone, dei pellicciai e dei fabbricanti di strumenti scientifici.


È anche il protettore dei cani contro la rabbia. Una confraternita di sant’Uberto fu autorizzata dal vescovo di Liegi, Giovanni di Hornes, nel 1477, riconosciuta da Giulio II nel 1510 e successivamente approvata da Leone X, Gregorio XII, Paolo V e Gregorio XV.

La tela - nota agli studi ed esposta anche nella recente antologica presso la Gamec di Bergamo (2012) - costituisce un unicum nella produzione di Ceresa, abbinando in modo insolito il soggetto religioso a quello del ritratto del donatore a figura intera. Contrariamente alla tradizione infatti (e come in innumerevoli esempi nella produzione sacra del pittore), il committente-donatore non appare in posizione subordinata, con le mani giunte e in ginocchio, quando non addirittura “in abisso”, bensì occupa l’intera parte destra della scena, in un elegante abito di gusto francese mentre trattiene per le redini il destriero del santo, inginocchiato ai piedi del cervo miracoloso. L’inusuale ribaltamento della tradizionale gerarchia e il totale silenzio delle fonti (davvero inspiegabile per un’opera di simili dimensioni e impegno) fanno supporre non solo che la tela non si trovasse in un edificio di culto ma anche che il soggetto non sia neppure, in senso stretto, “sacro”.

Più verosimilmente il dipinto è da considerare il ritratto di un nobiluomo (e in quanto tale ubicato in una dimora privata) affiancato dal proprio santo eponimo. Ne consegue che il donatore poteva forse chiamarsi Uberto o, più plausibilmente, essere un membro della nobile famiglia Uberti (o Oberti), i cui diversi rami sono documentati sin dal XV secolo nella Bergamasca, particolarmente in Val Brembana, dove il Ceresa nacque, visse e operò per gran parte della sua esistenza.




Esiste un messaggio politico-sociale in quest’opera di Carlo Ceresa? La risposta, se si legge la tela in una prospettiva di cultura materiale, non può che essere affermativa; il tema iconografico fornisce infatti uno spaccato della società secentesca bergamasca permettendo di tastare l’influenza culturale francese in area orobica in una delle sue declinazioni più curiose: la costruzione dell’autorità nobiliare.

Ogni singolo elemento del vestire parla infatti di status sociale: l’ampia “hongreline” (o ungaresca) rossa; il giuppone con passamanerie e bottoni dorati; i manichini (o manighetti) piatti in lino plissettato e l’ampio colletto piatto con merletto a fuselli; le calze “bas à botter” (calze da stivali); gli ampi calzoni alla romana; le calze di seta; i morbidi stivali in cuoio con il caratteristico muso di bue; così come la predominanza del colore rosso, gli speroni con mera funzione ornamentale: tutto ha una spiccata simbologia nobiliare, accentuata dal prominente budriere dal quale pende la spada. Risulta evidente la volontà del gentiluomo di farsi riconoscere come nobile; lo fa col vestire, con i colori e, da ultimo, con un’ambientazione in una battuta di caccia. È in questa direzione che va letta infatti la figura del santo, concepito anch’esso quale strumento per il riconoscimento dello status nobiliare del ritratto.


Il santo raffigurato è da intendersi come un personaggio di epoca medievale


A partire dalla prima metà del XVII secolo in Francia e nelle aree sottoposte all’influenza francese, il Medioevo divenne strumento fondamentale per la legittimazione del titolo nobiliare e del conseguente status sociale attraverso l’uso del costume. L’elemento medievale costruisce l’autorità, come testimoniato dalle parole di Jean-Baptiste de La Curne de Sainte- Palaye: «La caratteristica medievale (“gothicité”) del costume, l’abito curioso, il portamento rigido e altero dei personaggi che vengono dipinti [...] ci permettono di comprendere noi stessi grazie al loro [degli antenati, n.d.r.] modo di vestire». L’abito medievale diventa un “memento” in quanto materializzazione della storia, tanto per il committente quanto per colui che ammira l’opera: un riconoscimento possibile grazie all’assonanza di taluni elementi alla moda contemporanea, creando un’illusione storicistica e un legame di continuità tra passato e presente.

Sant’Uberto sembrerebbe indossare un “habito all’antica” ma, a una lettura più accurata, possiamo riconoscere elementi di chiara origine medievale: la soprasberga nella sopravveste color verde; la maglia ferro nella sottoveste ocra; nel manto rosso la clamide e nelle calze color blu le calzebraghe. Il santo raffigurato è dunque da intendersi come un personaggio di epoca medievale, ovvero sant’Uberto, figlio e nipote di re merovingi e, in quanto tale, da considerarsi a pieno titolo “francese”: un elemento non indifferente, quest’ultimo, che emerge sia dalla scelta dei colori (rosso, nobiltà; blu, colore dei Borbone di Francia, questo evidenziato dai gigli presenti sulle finiture del fodero) sia dal singolare utilizzo dei complementi di abbigliamento (fusciacca, speroni, spada) che sottolineano ulteriormente l’alto status sociale del santo ritratto.

Nel vestire il suo santo Ceresa opera una manipolazione dell’abito: un abito storicamente “inesatto”, ma costituito da elementi che agli occhi di un suo contemporaneo lo rendevano riconoscibile come “non dell’antichità classica” ma come appartenente a un passato relativamente recente, ovvero al Medioevo. Il santo eponimo, in quanto personaggio storicamente esistito in epoca medievale, funge da garanzia circa la rispettabilità della casata proprio grazie all’assonanza degli elementi con il passato storico. La nobiltà di Uberto - espressa soprattutto nell’abito - viene così a ricongiungersi con il lignaggio del gentiluomo ritratto alla sua destra.


ART E DOSSIER N. 346
ART E DOSSIER N. 346
Settembre 2017
In questo numero: GRAFICA ITALIANA La collezione Salce di Treviso; Lanerossi 1817-2017. NUOVI MUSEI Trieste: la fotografia; Messina: il Museo interdisciplinare. IN MOSTRA Intuition a Venezia, Ytalia a Firenze.Direttore: Philippe Daverio