Grandi mostre. 3
Art Déco a Forlì

UN MONDOIN CERCA DI MODERNITÀ

Nel difficile e tormentato ventennio tra le due guerre mondiali fiorisce l’Art Déco, uno stile che esprime in Europa, e non solo, un nuovo linguaggio artistico.
La mostra ai Musei San Domenico ripercorre in particolar modo l’esperienza italiana senza tralasciare, tuttavia, esempi emblematici provenienti da altri paesi.

Melisa Garzonio

La pelle ambrata, la bocca capricciosa color vermiglio, un viso-gioiello incastonato in un turbante tempestato di giada e oro, il cui peso è bilanciato ai lati da due stravaganti cineserie a forma di drago. La diresti una donna senza cuore, se non fosse che i felini occhi verdi rivelano una inaspettata dolcezza. È forse l’amore, regale Turandot? La “principessa di ghiaccio”, che nella favola musicata da Giacomo Puccini orchestra giochi di raffinato sadismo per togliere di mezzo i pretendenti al trono di Pechino (lei è la figlia dell’imperatore) si è perdutamente innamorata del principe sconosciuto caduto negli indovinelli trappola, e che ora dovrà essere decapitato. Non finirà così, e Leopoldo Metlicovitz, nella locandina che la sera del 25 aprile 1926 inaugurava con l’opera di Puccini la stagione lirica del Teatro alla Scala di Milano, lo lascia intendere: sotto le belle ciglia di Turandot palpitano lacrime d’amore. 

La litografia a colori della favolosa principessa è l’immagine portante della nuova mostra ai Musei San Domenico di Forlì, Art Déco. Gli anni ruggenti in Italia (dall’11 febbraio al 18 giugno). 

Un omaggio ma anche un’immersione totale nelle mode e nei modi dello sfrenato ventennio tra le due guerre (1919-1939), che riporta in auge un periodo complesso della nostra storia, quando, in Europa, nasce una nuova tendenza del gusto che si diffonde a ogni aspetto delle attività creative. L’Art Déco è uno stile che fiorisce dalle ceneri delle sinuosità liberty, abbatte la fissità dell’ideologia simbolista e costruisce un linguaggio razionale, puntato sul progresso e il cambiamento. 


Un’immersione totale nelle mode e nei modi dello sfrenato ventennio tra le due guerre


Consacrata a Parigi nel 1925 in occasione dell’Esposizione internazionale di arti decorative e industriali moderne, la nuova rivoluzione del gusto è ufficialmente battezzata Art Déco nella mostra Les Années ’25, sottotitolata: Art Déco / Bauhaus / Stijl / Esprit Nouveau, tenutasi nel 1966 al Musée des Arts Décoratifs di Parigi.


Leopoldo Metlicovitz, Turandot (1926), Milano, Archivio Storico Ricordi.

Erté, Testa di manichino per Pierre Imans in “La Reine de Saba” (1925).


Mario Cavaglieri, Piccola russa (1919-1920).

Sebbene affondi le sue radici nel tessuto internazionale, l’Art Déco viene trattata in mostra con una declinazione soprattutto italiana. Spiega il curatore Valerio Terraroli che l’Italia non è certo seconda nel farsi paladina del nuovo stile nel mondo, basti ricordare che a Monza, a partire dal 1923, si tengono le prime biennali di arti decorative aperte non soltanto agli specialisti e ai collezionisti di nicchia, ma al largo pubblico, desideroso di dedicarsi a nuovi piaceri estetici dopo gli anni cupi della Grande guerra. Il fenomeno attraversa il decennio 1919-1929 con una produzione straordinaria di oggetti e forme decorative: dalle ceramiche di Gio Ponti alle fantasiose oreficerie di Ravasco, dagli arredi di Buzzi, Lancia, Portaluppi e ancora di Ponti, alle lampade e ai lampadari di Venini, Fontana Arte e Martinuzzi. 

Dalle sete di Fortuny, Ratti e Ravasi ai magnifici arazzi in panno con cromatismi geometrizzanti di Depero. Per non parlare delle cosidette arti nobili, pittura e scultura, che risentono del nuovo gusto espressivo ereditato dalle Secessioni mitteleuropee e dai movimenti d’avanguardia: cubismo, fauvismo, futurismo. Chi guarda a Klimt, chi a Picasso, chi si applica alle invenzioni futuriste, come Balla e Severini, chi invece recupera l’antico attualizzandolo in forme novecentesche, per esempio Casorati, Martini, Cagnaccio di San Pietro, Bocchi, Bonazza, Oppi e Metlicovitz, tra gli altri. Come nel Liberty, anche nel Déco spesso la donna viene identificata come una sirena. Vittorio Zecchin appare tra i più ispirati: nei suoi mosaici, arazzi e vetri di Murano domina la donna-sfinge dallo sguardo fiammeggiante ispirata al tema faraonico, in auge a partire dal 1920 in coincidenza con la scoperta della tomba di Tutankhamon.


Vittorio Zecchin, Donne velate (1920).


Tamara de Lempicka, La sciarpa blu (1930).

Chi è invece la signora ritratta con la sciarpa blu, i grandi occhi verdi e i capelli rosso mogano, avvolta in un cappotto nero? La bella che passeggia svagata per Parigi è Ira Perrot, una delle tante compagne della pittrice Tamara de Lempicka. Il dipinto è del 1930. Icona di sensualità, Tamara è uno dei capisaldi del Déco, ed è una donna seducente, con il trucco forte, sfacciato, l’incarnato pallido, le ciglia pesanti, come la si vede nel celebre autoritratto a bordo di una Bugatti verde, eseguito nel 1929 per la rivista tedesca di moda “Die Dame”. 

Della fatale bellezza di Wally Toscanini si sapeva nella Milano altolocata degli anni Venti. Corteggiatissima, invidiata, si diceva che avesse detto no perfino a Gabriele d’Annunzio e a Charlie Chaplin, venuto apposta dalla Svizzera per incontrarla. La secondogenita di Arturo Toscanini e Carla de Martini aveva occhi solo per il conte Emanuele di Castelbarco, che appassionatamente ricambiava. Nel ritratto che le fa Alberto Martini nel 1925 è presentata come la regina di Saba, vestita di veli giallo oro, in pendant con un copricapo “esotico” ispirato ai Balletti russi di Djagilev (Tamara de Lempicka l’aveva posato sul capo della sua Danseuse russe). Chissà se Wally aveva già indossato quell’abito per una prima scaligera, o per un ballo in casa Castelbarco. Nei Musei San Domenico il dipinto gareggia in bellezza con i ritratti cesellati di Erté, pseudonimo del designer di origini franco russe Romain de Tirtoff. La sua donna déco ha l’aria spregiudicata, porta i capelli a caschetto, à la garçonne, veste Chanel e Poiret, s’ingioiella con bellissima bigiotteria, balla il charleston facendo tintinnare lunghe collane e fuma con sottili bocchini d’avorio. 

Per concludere, l’esposizione forlivese intende mettere in evidenza la peculiarità e il valore che le arti decorative moderne hanno avuto nella cultura artistica del nostro paese designando in modo incisivo i tratti distintivi del Déco anche rispetto alla pittura e alla scultura. Troviamo così, accanto agli artisti già citati, Galileo Chini, Guido Andloviz, Domenico Rambelli, Francesco Nenni, Pietro Melandri, Tullio Mazzotti. E ancora Timmel, Bucci, Marchig. Infine una presenza significativa di alcuni artisti francesi, tedeschi, austriaci per arrivare poi all’esperienza americana risalente all’inizio degli anni Trenta.


Gio Ponti, Mano della fattucchiera (1930-1935), Sesto Fiorentino, Museo Richard-Ginori della Manifattura di Doccia.

Galileo Chini, studio preparatorio per la decorazione dello scalone delle terme Berzieri a Salsomaggiore (1922).


Alberto Martini, Ritratto di Wally Toscanini (1925).

Art Déco. Gli anni ruggenti in Italia

a cura di Valerio Terraroli, con la collaborazione di Claudia Casali
e Stefania Cretella, diretta da Gianfranco Brunelli, sotto la supervisione
di Antonio Paolucci
Forlì, Musei San Domenico
dall’11 febbraio al 18 giugno
orario 9.30-19, sabato, domenica e giorni festivi 9.30-20
catalogo Silvana Editoriale
www.italialiberty.it/mostraartdeco

ART E DOSSIER N. 340
ART E DOSSIER N. 340
FEBBRAIO 2017
In questo numero: VISIONI ALTERNATIVE Gli zingari nell'arte. Dentro l'opera: leggere l'arte contemporanea. Beard: animali in scena. Il design di Enzo Mari. La fotografia di Mario Cresci. IN MOSTRA Caravaggio e natura morta a Roma, Art Deco a Forlì, Avanguardie russe a Londra, Manzù e Fontana a Roma.Direttore: Philippe Daverio