Il gusto dell'arte


cosa bolle In pentola
sulla costa?

di Ludovica Sebregondi

Un viaggio nel Bel paese alla scoperta delle tradizioni culturali e sociali che legano arte e cucina regionale. Quinta tappa: Lazio

Il Lazio costiero, periferico rispetto a Roma, è segnato nei secoli dalla presenza di vastissime paludi: terreni acquitrinosi in cui l’acqua ristagna non riuscendo a defluire verso il mare. Ostia è però lo scalo di Roma sul Mediterraneo, il luogo in cui giungono merci di ogni genere, stoccate negli “horrea”, i magazzini edificati tra la metà del I e il II secolo d.C. in concomitanza con la costruzione dei porti di Claudio e Traiano. Concentrati nella zona vicina al Tevere e allo scalo fluviale, sono tra l’altro magazzini granari e doliari per la conservazione di frumento, olio e vino, destinati soprattutto all’Urbe. Numerosi però i negozi al dettaglio, la cui quotidianità viene restituita dalle insegne, come quelle di una pollivendola rinvenuta nella zona del “macellum“. La “gallinaria” è in piedi dietro al suo alto bancone e consegna a un bambino della merce (difficile pensare a uova, date le dimensioni) accuratamente sistemata in due ceste. Sul banco di vendita - sotto il quale si trova una stia da cui si affacciano due conigli - è appoggiato un contenitore destinato ai volatili vivi, ma che è stato anche interpretato come cesto per racchiudere lumache. A una stanga sono appesi per le zampe due volatili, mentre due uomini discutono il prezzo di un coniglio. L’imprenditrice è attenta anche al “marketing”, affidato a due scimmie appollaiate sulla destra che devono attrarre clienti.

Tutte le vettovaglie in vendita sono legate alle consuetudini alimentari degli antichi romani, dato che pollame, cacciagione e anche pavoni hanno un ruolo considerevole, sebbene sia noto l’ampio uso - che accomuna la popolazione meno abbiente - del cosiddetto “quinto quarto”, cioè delle parti meno nobili: coda, zampe, guance. Tipicamente laziale è la “pajata” (intestino di bue, agnello o vitello).

Le zone costiere, lasciate senza cura dal Medioevo con l’acqua che ristagna e non defluisce verso il mare, diventano acquitrinose e le aree malsane fino ai primi tentativi di bonifica, attuati dallo Stato pontificio fra il 1858 e il 1868 per rendere produttive le terre e possibili gli insediamenti umani, senza che la popolazione sia decimata dalla malaria. Anche lo Stato italiano investe per queste zone prossime a quella che nel 1871 diviene la nuova capitale: risale al 1884 il trasferimento dei primi lavoratori dal Ravennate, braccianti che lasciano la Romagna a causa della crisi delle risaie. È comunque con la legge sulla bonifica integrale del 1928 che viene dato avvio a lavori sempre più imponenti e risolutivi, con la costruzione di città di fondazione quali Littoria (oggi Latina), e il trasferimento di altre famiglie di agricoltori e pescatori non solo da Ravenna ma anche dalle terre prossime a Ferrara, dal Veneto e dal Friuli.


Amedeo Bocchi, Pescatori delle paludi pontine (1920), Piacenza, Galleria d’arte moderna Ricci Oddi.

La grande tela Pescatori delle paludi pontine di Amedeo Bocchi (Parma 1883 - Roma 1976), eseguita dal vero nel 1920, riporta alla loro vita. L’artista frequenta campagne e coste ed esegue fra il 1919 e il 1934 una serie di opere dedicate alle terre pontine, da cui è profondamente affascinato. Una famiglia di pescatori mangia in una capanna coperta di canne: un uomo in piedi taglia il pane, una donna di spalle tiene tra le braccia un bimbo, un’altra mangia tenendo sulle ginocchia un bambino, mentre la figlia più grande siede sulla panca tra lei e il padre. Gente stanca, segnata dal timore della malaria, dalla fatica di una vita di lavoro durissimo, ma in un’atmosfera che assume nella pittura di Bocchi un’enfasi lirica grazie ai colori soffusi, alla sensazione di frescura che riesce a trasmettere. È lo stesso mondo restituito con grande efficacia in Canale Mussolini da Antonio Pennacchi, che di quelle popolazioni giunte dal Nord con consuetudini, lingua, abitudini alimentari diverse narra l’esodo con tono epico, ma che riesce anche a consegnarci il clima di quel pasto sobrio consumato dalla famiglia patriarcale sotto il capanno.

ART E DOSSIER N. 336
ART E DOSSIER N. 336
OTTOBRE 2016
In questo numero: ARTE ALTRUI Culture, tradizioni, creatività non europee dalla Cina agli Inuit, dal vudu ai nativi americani. BIBLIOTECHE Le parenti povere dei Beni Culturali. PITTURA COME CINEMA Toulouse-Lautrec: l'intuito del regista. IN MOSTRA Ai Weiwei a Firenze, Espressionismo astratto a Londra, Magritte a Parigi, Ariosto a Ferrara.Direttore: Philippe Daverio