Grandi mostre. 1 
Braco Dimitrijevič a Torino

una storiatante storie

Dagli anni Settanta Dimitrijevič lavora sul rapporto fra casualità e creatività, e sul superamento del concetto di Storia così come la cultura occidentale lo ha enunciato e definito.
Le sue opere sostituiscono alla narrazione unilaterale della Storia la molteplicità delle storie di tutti.

Elena Agudio

Già all’inizio degli anni Settanta, l’artista Braco Dimitrijevič - nato a Sarajevo, vive e lavora a Parigi - si confrontava in modo analitico con il tema della storiografia, della sua parzialità e aleatorietà, coniando il suo concetto artistico di “Post-storia” e stilando un vero e proprio trattato sull’argomento: il Tractatus Post-Historicus (Tubinga 1976). Dichiarava: «Non ci sono stati errori nella storia. È la storia intera stessa a essere un errore». O ancora: «La Post-storia è il tempo della coesistenza di differenti sistemi di valori, il tempo delle prospettive multiangolari, lo spazio senza verità ultima». Mentre formulava questi suoi enunciati, secchi e brucianti, Dimitrijevič produceva una serie di opere originalissime - ancora oggi cruciali nel percorso della sua carriera -, immortalando semplici passanti in grandiosi ritratti celebrativi e in veri e propri monumenti, e regalando a donne e uomini “qualsiasi” un momento di gloria, una pagina di storia.


Casual Passers-by I Met at 3.24 pm and 3.47 pm, Parigi, Champs-Élisées (1999-2000).

Un rifiuto di ogni pericoloso
concetto
di verità e di assoluto


In una conferenza sul lavoro di On Kawara tenuta nel 1997(1), il filosofo contemporaneo Jean-Luc Nancy - ragionando sulla natura del tempo e del presente - si interrogava sul senso della storia, e la definiva negandola: «La storia non come il movimento grandioso e confuso del destino dei popoli, non come l’accumularsi di cultura e barbarie, non come un avvicendarsi di eventi. La storia, piuttosto, come la presenza simultanea di milioni di storie. La storia presente, presentificata»(2)

Influenzato dal pensiero dell’Internazionale situazionista e dalle sperimentazioni di Fluxus, Dimitrijevic ´ non era particolarmente interessato a un discorso pop o di stampo warholiano sulla potenza dei media e sui “quindici minuti di celebrità” che la società dello spettacolo ha il potere di dispensare a ognuno di noi; al contrario era spinto da un sussulto radicale di sovversione dei giudizi e dei sistemi di valore della società, dei parametri epistemologici su cui la cultura occidentale si è formata. La sua era una critica diretta al logocentrismo hegeliano, all’arroganza monolitica di una visione lineare e teleologica della storia elaborata in Europa fin dai tempi dell’illuminismo, un rifiuto di ogni pericoloso concetto di verità e di assoluto. Una critica alla retorica della propaganda socialista, e forse anche - premonitoriamente - ai pericolosi nazionalismi che negli anni Novanta avrebbero portato al conflitto in Jugoslavia e ai disastri della guerra. Un percorso “ironico” di decostruzione - nel senso etimologico del termine ironia, che deriva dal greco antico “eiromai”, “domandarsi”, mettere in questione per spostare il punto di vista -, un lavoro anticipatamente postmoderno in un certo senso, già capace di riflettere in modo analitico sui prodromi della crisi dell’Occidente e sul tramonto delle grandi narrazioni che Lyotard avrebbe descritto nel 1979(3).


Casual passer-by durante la mostra Magiciens de la Terre, Parigi, Centre Pompidou (1989).

(1) Conferenza tenuta nel gennaio 1997 presso il Nouveau Musée/Institut d’art contemporain, Villeurbanne (Francia) durante la mostra di On Kawara, Whole and Parts - 1964-1995.
(2) Ivi, traduzione di chi scrive.
(3) J.-F. Lyotard, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, traduzione di C. Formenti, Milano 2002.

Oggi le discussioni e le considerazioni sulla problematicità del concetto di Storia, quella narrazione con la S maiuscola figlia del pensiero e del progetto della modernità occidentale - unilaterale, unidirezionale, teleologica - sempre scritta dai vincitori e mai dal punto di vista delle culture e delle genti subalterne, sono state ampiamente elaborate e discusse dalla teoria postcoloniale e da quella femminista. In particolare, uno storico come Dipesh Chakrabarty ha spiegato come alcune culture e alcuni popoli sono stati perversamente relegati e trattenuti in una sorta di “sala d’attesa” della Storia, senza il diritto di proferire parola o di rientrare nel fiume della narrazione occidentale. 

E un autore come Édouard Glissant ha dichiarato: «La Storia (con la S maiuscola) finisce quando le storie di quelle genti un tempo ritenute senza storia si ritrovano. La Storia è una fantasia funzionale dell’Occidente, originata precisamente nel momento in cui l’Occidente “creava” la storia del mondo»(4)

Uno dei primi lavori di Braco Dimitrijevič fu The Flag of the World, del 1963, un atto performativo in cui l’artista sostituiva la bandiera nazionale che era tenuto a far sventolare a poppa della sua piccola imbarcazione a Dubrovnik (quando in procinto di raggiungere territori extranazionali) con la bandiera del pittore: una bandiera ricavata dallo straccio che utilizzava per pulire i pennelli, un simbolo della natura nomadica dell’artista, per natura estraneo all’assurdità di confini e frontiere nazionali. Dopo una serie di lavori più situazionisti come i suoi Accidental Paintings o Accidental Sculptures, Dimitrijevič nel 1970 diede vita alla sua più nota serie, Casual Passers-by (Passanti incontrati per caso, già in mostra a Kassel nel 1972 nella Documenta V), in cui ritraeva semplici passanti incontrati fortuitamente per strada e li celebrava con enormi stampe in bianco e nero, che esibiva su facciate di palazzi istituzionali e di luoghi pubblici a celebrare la loro sconosciuta identità. Lo stesso percorso di rottura lo esplorava con placche celebrative e monumenti che recitavano il nome di qualche perfetto sconosciuto incontrato per strada (l’artista indicava sempre l’ora dell’incontro), e pochi anni dopo con la serie This Could Be a Place of Historical Interest (Questo potrebbe essere un luogo d’interesse storico), in cui ritraeva anonimi paesaggi, luoghi pubblici o domestici di nessuna importanza e li deputava a siti di una possibile rilevanza storica futura. Questa serie fu esposta come installazione nella cupola del Federicianum di Kassel per Documenta VI nel 1977. Nel parco dello Schloss Charlottenburg a Berlino, nel 1979 fece addirittura erigere un obelisco di dieci metri in marmo di Carrara, intitolato 11 of March, This Could be Be a Day of Historical Importance, immortalando la data di nascita di Peter Malwitz, il passante incontrato per caso in quel luogo. 

Il lavoro di Braco Dimitrijevič negli ultimi vent’anni ha continuato a mettere in dubbio i sistemi di valori e le gerarchie della nostra società, a scardinare i fondamenti dell’epistemologia occidentale e del sapere storico, e a riflettere sulla scia del suo Tractatus Post-Historicus. Lo ha fatto continuando a lavorare su queste serie iniziate negli anni Settanta, e lo ha fatto con le sue più recenti installazioni e sculture a partire dagli anni Novanta, in cui ha iniziato a inserire ritratti di uomini e donne celebri (scrittori, politici, filosofi ecc., quasi a capovolgere la prospettiva dei suoi sconosciuti) in più complesse scenografie dove appaiono oggetti inanimati come strumenti da lavoro, vetri, scarpe, ma anche verdura e frutta come mele, arance, noci di cocco: cose di differente natura, naturale e artificiale, presenze umane e non umane in dialogo, di fronte al punto di vista di un tempo non solo antropico ma cosmico, che cancella ogni gerarchia e rende tutto e tutti uguali sotto la luce del sole. Quasi a rompere l’equilibrio entropico del mondo.


Memories of Childhood (1983), Berna, Kunstmuseum.


Casual Passer-by I Met at 1.45 pm, Venezia (1976), Londra, Tate Modern.


Sailing to Post-History (2009) nell’allestimento della mostra torinese in corso.


Heralds of Post-History (1997-2015) nell’allestimento della mostra torinese in corso.

(4) E. Glissant, The Quarrel with History–The Known, the Uncertain, in Caribbean Discourse, Selected Essays, 1992: «History (with a capital H) ends where the histories of those peoples once reputed to be without history come together. History is a highly functional fantasy of the West, originating at precisely that time when it alone ‘made’ the history of the world».

Braco Dimitrijevič

GAM - Galleria civica d’arte moderna e contemporanea
Torino, via Magenta 31
a cura di Danilo Eccher
fino al 24 luglio 2016
orario 10-18, chiuso il lunedì
telefono 011-4429518
www.gamtorino.it

ART E DOSSIER N. 332
ART E DOSSIER N. 332
MAGGIO 2016
In questo numero: LA VERTIGINE DELL'ACCUMULO Wunderkammer e collezionismi seriali. LA CUCINA E' ARTE?. BENI CULTURALI: il punto sulla riforma. EROINE E CONCUBINE: il mondo di Delacroix in mostra a Londra. IN MOSTRA Boccioni a Milano, Imagine a Venezia, Dimitrijevic a Torino.Direttore: Philippe Daverio