XXI secolo. 2
Giovanni Gastel

elegante
anche nel dolore

Trent’anni di carriera dedicata alla bellezza, effimera, evanescente. Poi al suo lato oscuro, alla sofferenza, alla violenza. Aspetti sondati dall’obiettivo di Gastel con raffinatezza, qualità che dipende, dice, «da come uno è», non da come appare.

Jean Blanchaert

Siamo nel 1959, a Milano, alla clinica La Madonnina. Giovanni è caduto dalla bicicletta e si è procurato una seria lesione al pancreas. I dottori parlano a voce alta incuranti della capacità di comprensione di un bambino di quattro anni che ancor oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, ricorda tutto, come se fosse accaduto ieri. Parlano di gravità, di difficoltà di guarigione. Sono scettici. Tutta la famiglia segue con apprensione le sorti del piccolo, ultimo di sette fratelli. Proprio in quei giorni, Luchino Visconti, zio materno di Giovanni, si sta occupando di altri cinque fratelli, i Parondi, protagonisti del film Rocco e suoi fratelli. È la storia di una famiglia salita al Nord dalla Lucania in cerca di fortuna. Seppur ispirata alla realtà, si tratta comunque di una finzione cinematografica. Ma qualcun altro, sempre dal Sud, sta salendo a Milano e va a trovare Giovanni, non in una finzione cinematografica, una mattina, in un breve momento in cui era rimasto da solo nella camera d’ospedale. Gli appare a mezzo busto, vicino al letto, e prima di andarsene gli dice: «Non preoccuparti, sei guarito».

Giovanni racconta l’episodio alla madre. Un uomo vecchio, con la barba, col sorriso, con uno strano vestito marrone e uno curioso modo di parlare. Ci volle un vero e proprio identikit per risalire a Francesco Forgione, nato a Pietrelcina (Benevento) e residente a San Giovanni Rotondo (Foggia): padre Pio era già il più celebre dei frati d’Italia, aveva allora settantadue anni. Gli mostrarono un’immaginetta votiva e il bambino lo riconobbe. Oggi è santo. Come in tutti i miracoli, l’organo, il pancreas, era “nuovo di zecca” e non presentava più il minimo segno del trauma subito. Medici ammutoliti.

Nascono così, nella prima infanzia di Giovanni Gastel, il concetto di “vita donata” e una familiarità col misticismo.
Già nell’adolescenza Giovanni scrive poesie, ed è rimasto poeta per tutta la vita.

«Io ho nel cuore le ceneri di molti / non posso più vederli / se non nella vana teoria dei ricordi»
(Giovanni Gastel)


«Immerso nel flusso del vivere / ho cercato la mia anima in modo casuale. / Ora / alla fine della corsa / trova tu me se puoi / spirito immortale. / Io ho nel cuore le ceneri di molti / non posso più vederli / se non nella vana teoria dei ricordi».


Margherita (1997).

Educato dai genitori a un mondo ottocentesco che non esisteva più (onore, patria, bandiera) si è ritrovato impreparato di fronte agli accadimenti a lui contemporanei, e già a vent’anni il suo primo studio fotografico era circondato da un immaginario igloo isolante, all’interno del quale aveva ricreato un mondo ideale.

«Non mi reputo un nostalgico di altre epoche, ma sono dell’opinione che viviamo nei migliori dei mondi possibili. L’avvento dello scatto digitale ha reso la fotografia il primo fra tutti i linguaggi. Ogni giorno, in rete, vengono “postate” tre miliardi e mezzo di immagini che hanno ormai preso il posto delle parole».

L’eleganza, che lo ha portato così lontano, è stata ed è la sua parola d’ordine: «Non dipende affatto», dice, «da come uno è vestito, ma da come uno è. È una qualità morale, un modo di comportarsi». Con il proprio stile, velocemente, il fotografo di moda scende nella pista che gli è stata tracciata. È uno slalom, a volte gigante, a volte speciale con regole più strette, ma mai una discesa in libertà assoluta.

«Gli amici che ho avuto sono stati come un’onda che mi ha spinto in avanti. Dopo trent’anni di meravigliose foto di moda è stato Germano Celant a consigliarmi di non nascondermi più dietro alla bellezza. Proviamoci, mi sono detto, se ho un minimo di stile sarò capace di parlare anche del lato oscuro, del dolore, della sofferenza, della violenza. Il dolore è un sentimento altissimo, trasversale, che pervade tutta la storia degli uomini e quella delle arti figurative […] Ho cercato di mostrarne lo splendore spirituale, addirittura la sua cifra elegante, cioè dignitosa, evitando il linguaggio trash con cui la fotografia affronta spesso questo argomento. Ho molto amato papa Wojtyla. Nell’ultima parte della sua vita era il dolore che cammina».

Da queste premesse, nel 2009, è nato il progetto Maschere e spettri(1). Le stesse magnifiche modelle che avevano lavorato con lui hanno aderito con entusiasmo ed empatia alle nuove e inconsuete richieste del loro fotografo. «Oggi scendiamo senza paletti», le incoraggia Gastel, ed ecco allora nascere immagini che non aveva mai realizzato.


m.s. (1997-2008).

Il periscopio di Photoshop non è più diretto soltanto verso il bello sublime ma ritocca le fotografie conferendo loro un’aura di drammaticità, di angoscia e di decadimento. Dopo aver visto il risultato del loro lavoro, una delle modelle, commossa, ha esclamato: «È incredibile, sembro morta da due ore».


Affascinato dagli angeli caduti sulla terra, Gastel cerca e trova queste creature alate femminili e androgine un po’ in ogni dove


È una fotografia antropopoietica che crea umanità muovendosi da un aspetto di natura a uno di cultura. Ma a proposito di morte e moda diamo la parola alle Operette morali di Giacomo Leopardi, Dialogo della Moda e della Morte (1824):
«Moda. Io sono la Moda, tua sorella. / Morte. Mia sorella? / Moda. Si, non ti ricordi che tutte e due siamo nate dalla Caducità? / Moda […] Io che annullo o che stravolgo per lo continuo tutte le altre usanze, non ho mai lasciato smettere in nessun luogo la pratica di morire… / Morte. Gran miracolo che tu non abbia fatto quello che non hai potuto / Moda. Come non ho potuto? Tu mostri di non conoscere la potenza della moda».
Dopo Maschere e spettri l’avventura artistica di Giovanni Gastel continua. Affascinato dagli angeli caduti sulla terra e dalle «loro visite meravigliose» (Herbert George Wells), Gastel cerca e trova queste creature alate femminili e androgine un po’ in ogni dove: alcune hanno accettato la loro vita terrena e le puoi trovare persino al bar avvolte da una nuvola malinconica, altre, disperate, sono invece sopraffatte dalla tristezza ma c’è anche ogni tanto qualche angelo che cerca di rispiccare il volo(2). Cammina assorto verso il suo studio un elegante signore che ha cercato di rendere la vita luminosa e perfezionata con miliardi di flash, ognuno dei quali ha rappresentato per lui un eterno istante. Sempre con gli occhi di quel bambino che aveva ritrovato la vita.


Untitled, Angelo 29 (2015).

Andrea Brabin, per “Donna”, Milano 1991.


Steeve, per “Kodak”, Parigi 1994.

(1) Progetto e allestimento di Franco Raggi, che ha dato origine all’esposizione Maschere e spettri allestita a Palazzo della ragione fotografia (Milano, 23 settembre - 25 ottobre 2009), a cura di Germano Celant.

(2) Il tema degli angeli è stato oggetto della mostra Un eterno istante. Angeli caduti (Torino, Spazio Ersel, 23 ottobre - 23 novembre 2015), a cura di Valerio Tazzetti e Paola Giubergia.

ART E DOSSIER N. 328
ART E DOSSIER N. 328
GENNAIO 2016
In questo numero: DAGLI IMPRESSIONISTI A PICASSO Capolavori dal Detroit Institute of Arts in mostra a Genova. COME TI VESTI DIAVOLO? L'inferno cinese, in frac e cilindro, demoni latini, le corna apotropaiche, il lato oscuro di Giovanni Gastel. IN MOSTRA De Chirico, Lam, El Greco. Direttore: Philippe Daverio