Grandi mostre. 3 
Da Bosch a Brueghel a Rotterdam

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NEL MONDO REALE

Una mostra mette in luce il periodo cruciale in cui, nel Cinquecento fiammingo e olandese, cominciano ad avere grande diffusione soggetti pittorici ispirati alla vita quotidiana trattati con sorprendente realismo e toni a volte umoristici. Insinuandosi prima in composizioni di soggetto tradizionale, religioso, fino a conquistarsi una propria autonomia.

Claudio Pescio

La vita quotidiana delle persone comuni entra nella pittura del Nord Europa molto presto. La troviamo nelle sculture con le raffigurazioni dei mesi sui portali delle cattedrali gotiche, nelle miniature dei libri d’ore dei fratelli de Limbourg, a inizio Quattrocento, e poi soprattutto nella pittura di Jan van Eyck e di Robert Campin, pochi anni dopo. Nel portello destro del Trittico De Mérode di Campin (1427-1432), per esempio, la vita quotidiana si infila come una ventata di freschezza nella bottega di falegname in cui san Giuseppe attende al suo lavoro. Ed è un falegname vero, con i suoi attrezzi, i trucioli sul tavolo di lavoro e per terra, la trappola per topi e la strada su cui si apre la finestra col viavai di gente di una giornata qualunque. Ecco, è esattamente questo il modo in cui la pittura di area francoborgognona e fiamminga segna con un marchio speciale la sua scelta di realismo. Dando modo alla vita di insinuarsi nella storia, o come in questo caso in un soggetto sacro, addirittura. E non perderà più quel marchio, anzi lo esalterà nei secoli successivi fino a consegnarlo a fine Cinquecento a un’Olanda calvinista nella morale e laica negli affari, e nella pittura. Pittura che volta le spalle a un campionario di soggetti non più percorribili per scelta di fede (il calvinismo è contrario alle immagini sacre) e volentieri abbandonati da un mercato che chiede all’arte di raffigurare il mercato stesso, lo strato sociale borghese che ha preso il potere sostituendosi alla corte, al clero, alla nobiltà.

“Scene di genere”, opere di soggetto profano,
ambientate nei luoghi dove la gente vive

In questo percorso i punti di snodo individuati dalla mostra di Rotterdam (al Boijmans fino al 17 gennaio prossimo) sono due: Hieronymus Bosch e Pieter Brueghel il Vecchio(*). I due poli di un percorso espositivo che mostra fin dove sia arrivata la ricerca di realtà nel corso del Cinquecento, di quanto si sia diffusa e radicata fino a forzare le gerarchie dei generi pittorici tradizionali.

Bosch (-s’Hertogenbosch, Brabante Meridionale, Paesi Bassi, 1453-1516) riesce nell’impresa singolare di essere il più sofisticato e visionario dei pittori di sogni, di ombre e di fantasie allucinate, e al tempo stesso il primo a dipingere quelle che saranno chiamate “scene di genere”, opere di soggetto profano, ambientate nei luoghi dove la gente vive nel presente, senza riferimenti obbligati al mito, alla storia, alle Scritture. Il venditore ambulante di Bosch (1500 circa) fa parte delle collezioni del Boijmans. Ha una gerla sulle spalle per le mercanzie che cerca di vendere, è magro e lacero, usa il bastone per cercare di difendersi da un cane e passa davanti a un bordello di campagna (individuato come tale dall’atteggiamento della coppia nel vano della porta e anche dall’uccello in gabbia accanto all’ingresso e dal palo infilato in una brocca che segnalava la presenza di simili locali dalla sommità del tetto). Una lettura simbolica vede nel personaggio una rappresentazione del peccatore pentito, ormai in disgrazia, che guarda indietro ai propri errori.
Lo stesso personaggio figura sugli sportelli chiusi del grande Trittico del Carro di fieno, dello stesso Bosch (1516 circa), arrivato alla mostra dal Prado. Qui il vagabondo è circondato da pericoli e tentazioni, e deve ancora difendersi da un cane ringhioso. Il trittico fu acquistato da Filippo II di Spagna (grande ammmiratore dell’artista) nel 1570, e da allora era sempre rimasto a Madrid. Gli sportelli aperti mostrano il peccato originale e il Paradiso terrestre, l’inferno e, al centro, una scena complessa in cui troneggia un carro di fieno, simbolo dell’avidità dell’uomo, e tutto attorno vari personaggi intenti a lottare, ingannare, ingegnarsi per arraffarne un po’. È una galleria di personaggi che saranno ricorrenti nella pittura di genere: il ciarlatano, il frate ghiottone, l’omicida, i suonatori, affiancati alle visioni angelicodemoniache tipiche dell’artista.
Analoga ambientazione campestre per uno dei più noti dipinti di Pieter Brueghel il Vecchio (Breda 1525/1530 circa - Bruxelles 1569), Il ladro di nidi (1568); uno spazio arioso che si riempie di luce sullo sfondo, lasciando un po’ in ombra i due protagonisti in primo piano, un contadino che indica sorridendo un ragazzo che cade da un ramo nel tentativo di rubare le uova di un uccello, ma che non si rende conto di avere egli stesso un piede quasi in fallo.


Artista dei Paesi Bassi Meridionali, parte di dittico satirico (1500 circa), Liegi, Collections artistiques de l’Université.

Hieronymus Bosch, Il venditore ambulante (1500 circa), Rotterdam, Museum Boijmans Van Beuningen.

Tra i due poli citati - Bosch e Brueghel - c’è un’intera generazione di artisti che praticano il genere (alcuni con toni di grande vivacità e uno spiccato senso dell’umorismo): Jan van Hemessen, Pieter van der Heyden, Quentin Massys, Luca di Leida, Marinus van Reymerswale, Pieter Aertsen, che lasceranno appunto a Brueghel e alla sua vasta famiglia il compito di continuarlo fino agli esiti secenteschi dei grandi maestri olandesi.
Luca di Leida è presente con una solenne incisione, La lattaia (1510), dominata da tre monumentali mucche, una delle quali prende il centro della composizione, mentre il pastore a sinistra appare invece molto preso dalle grazie della pastorella sulla destra, vera protagonista della scena.
Van Hemessen con una concitata Parabola del ritorno del figliol prodigo (1536) si concentra sul modo in cui il giovane sperpera i suoi averi, tra ragazze, tavole imbandite, suonatori e giocatori di dadi.
Altri dipinti e incisioni sostanziano il tema di scene esemplari; la mostra del Boijmans ha come obiettivo dichiarato di portare allo scoperto la vita di ogni giorno del XVI secolo fino ai limiti del “politicamente scorretto”: sfaccendati sui pattini, contadini che ballano, fornai che smerciano “waffles” e frittelle, ma anche bordelli, risse di ubriachi, mendicanti storpi, borseggiatori, monaci molestatori, usurai e ciarlatani da fiera. Viene da chiedersi per chi venissero realizzati quei soggetti, in qualche caso davvero eccentrici e sopra le righe. La risposta è che gli artisti che li producevano lavoravano per un mercato in crescita, per un pubblico benestante e desideroso di vedere rispecchiati i propri gusti, la propria vita, anche le proprie ansie in qualcosa di più tangibile e accostabile della vita di un santo o di un eroe mitologico. Nel bene e nel male: uno dei curatori, Friso Lammertse, fa notare che non necessariamente quel pubblico condivideva i comportamenti licenzionsi o decisamente sconsigliabili dei protagonisti di quelle scene, poteva esserci una forma più sottile di immedesimazione, legata al timore che condotte di vita sbagliate potessero portare alla perdizione, magari attraverso piaceri ingannevoli. Resta, in quelle opere, l’impressione di un messaggio ambiguo, forse scientemente tale, tra il moraleggiante e il compiaciuto.
Ma anche traccia di un’ossessione perseguita come una liberazione, venata di umorismo, di desiderio di stupire, e con un fondo di umana partecipazione e complicità tra chi dipinge e chi guarda che inevitabilmente il genere porta con sé. 


Pieter Brueghel il Vecchio, I mendicanti (1568), Parigi, Musée du Louvre.

Pieter Brueghel il Vecchio, Il ladro di nidi (1568), Vienna, Kunsthistorisches Museum.

Pieter Aertsen, Il fornaio (1560), Rotterdam, Museum Boijmans Van Beuningen.


Luca di Leida, La lattaia (1510), Amsterdam, Rijksmuseum.

ART E DOSSIER N. 327
ART E DOSSIER N. 327
DICEMBRE 2015
In questo numero: ARTE GLOBALE Dalla Gallia romana alla nascita del gotico secondo Daverio, al mito dei grattacieli. MONZA Il ritorno di Teodolinda. IN MOSTRA Bosch/Brueghel, Balthus, Ai Weiwei.Direttore: Philippe Daverio