l’armenia a venezia

Cristina Baldacci

S'intitola Armenity - dal francese “arménité”, espressione che definisce una sorta di nazionalità ideale - la mostra ospitata dal Padiglione nazionale della repubblica di Armenia alla Biennale di Venezia per commemorare, nell’anno del centenario, il “grande crimine” che l’impero ottomano commise nei confronti del popolo armeno. Era il 24 aprile 1915 quando cominciarono gli arresti di personalità di spicco armene a Istanbul (allora ancora Costantinopoli) poi sfociati in una deportazione di massa che causò la morte di migliaia di persone. Ebbe così inizio uno dei capitoli più drammatici della storia novecentesca, quello del genocidio delle minoranze etnico-religiose considerate scomode dai regimi totalitari: gli armeni in Turchia, gli ucraini in Russia, gli ebrei in Germania, i bosniaci musulmani nella Bosnia-Erzegovina (per non parlare delle pulizie etniche extraeuropee, in Africa e nel Sud Est asiatico).

A ospitare la mostra (titolo completo: Armenity / Haiyutioun. Contemporary Artists from the Armenian Diaspora), che presenta il lavoro di diciotto artisti di origini armene, i “nipoti” di coloro che sfuggirono al massacro e trovarono asilo in diversi paesi del mondo, è una delle roccaforti della memoria armena, il monastero sull’isola di San Lazzaro, detta “degli Armeni” da quando, agli inizi del XVIII secolo, vi si stanziò una comunità di monaci mechitaristi. L’isola è dunque un’“Armenia in miniatura”, un luogo sacro, nel senso religioso e metaforico del termine, che custodisce la storia e la cultura di un popolo. Il fatto che il padiglione armeno abbia sede proprio in quel luogo conferma ancora una volta il valore politico dei padiglioni della Biennale di Venezia, che negli anni sono stati spesso criticati a dispetto della loro importanza e unicità.

Quest’anno il padiglione armeno si carica di un profondo significato simbolico: è sì luogo della memoria, ma anche terreno comune per una progenie errante, la cui condizione esistenziale è quella di essere in costante flusso, alla ricerca di un’identità che va ricostruita giorno dopo giorno, perché frammentaria, e che porta, come ha dichiarato la curatrice della mostra, Adelina von Fürstenberg, a «una grande diversità nell’auto-definizione».

Ciò non toglie che il senso di appartenenza dei discendenti della diaspora armena sia molto forte. Lo dimostrano gli artisti presenti nel padiglione che con i loro lavori cercano di rimettere insieme i pezzi della loro storia, così come quella del loro popolo, indagando l’autenticità delle proprie origini, rivolgendosi a un personale sentimento etico e di giustizia, riconciliandosi, per quanto possibile, con il passato e con se stessi.


Molti di loro si confrontano con l’idea di archivio, con la tradizione del libro, che per secoli è stato l’unico mezzo di trasmissione della memoria scritta, e con i codici miniati della preziosissima biblioteca del monastero di San Lazzaro. I lavori di Nigole Bezjian dialogano con quelli del poeta Daniel Varujan, caposcuola del cosiddetto “Rinascimento armeno” a inizio Novecento; le coppie Yervant Gianikian/Angela Ricci Lucchi e Rene Gabri/Ayreen Anastas compongono pergamene e rotoli contemporanei; Hera Büyüktas¸çıyan riprende e modifca gli stampi tipografci dei caratteri dell’alfabeto armeno.

Oltre a questi artisti, in mostra anche Haig Aivazian, Anna Boghiguian, Silvina Der-Meguerditchian, Mekhitar Garabedian, Aikaterini Gegisian, Aram Jibilian, Nina Katchadourian, Melik Ohanian, Mikayel Ohanjanyan, Rosana Palazyan, Sarkis, Hrair Sarkissian.

Armenity

Padiglione armeno
56. Biennale di Venezia
9 maggio - 22 novembre
Venezia, monastero e isola
di San Lazzaro degli Armeni
www.labiennale.org

ART E DOSSIER N. 322
ART E DOSSIER N. 322
GIUGNO 2015
In questo numero: ESPRESSIONISMO In mostra a Genova tra avanguardia e Bohème. L'ARTE, LA GUERRA E LA PACE: Dai pittori garibaldini a Yoko Ono. PHILIPPE DAVERIO La follia della Grande Guerra. IN MOSTRA Visconti e Sforza, Illustrazione di guerra.Direttore: Philippe Daverio