Studi e riscoperte. 2
Una musa di Mantegna

LA NANA
DI CORTE

Spesso nei dipinti troviamo figure femminili realmente esistite, legate al pittore o alla sua famiglia, eppure rimaste in ombra o addirittura sconosciute per secoli. Storie di vita e identità svelate nel volume Le muse nascoste da ottobre in libreria.
L’autrice ci racconta qui una di queste storie: quella della piccola donna rappresentata da Andrea Mantegna sulle pareti della Camera degli sposi. Famosa, ma fino a pochi anni fa senza nome.


Lauretta Colonnelli

Ha le mani di una bambina, piccole e paffute. La faccia grande, di una donna di mezza età, segnata da rughe profonde. È alta poco più di una bambola. Da cinque secoli guarda dall’alto in basso i visitatori, fissando nei loro i suoi occhi scuri. Per cinque secoli l’hanno chiamata “la nana del Mantegna”. Perché fu Andrea Mantegna a dipingerla, tra il 1465 e il 1474, sulle pareti della Camera degli sposi nel torrione nord orientale del castello di San Giorgio, a Mantova.

In realtà si chiamava Lucia. Ma il suo nome si era perso. Come quello della moltitudine infinita degli anonimi che Michel Foucault etichettò «hommes infâmes», non perché senza morale, ma perché privi di fama, di voce, di racconto di sé. Tra questi spiccavano i buffoni di corte, segnati dalle più varie disabilità: nani, gobbi, pazzi, stolti che dai tempi più antichi e fino al secolo dei Lumi rappresentarono una delle più sofisticate e crudeli manifestazioni del lusso delle case regnanti. Usati come oggetto di curiosità e di sollazzo, come buffoni e giullari, spesso come compagni di gioco dei bambini, erano ritenuti proprietà privata, e come tale vezzeggiati, nutriti, agghindati, e qualche volta ritratti in seno alla famiglia che li possedeva.

Per lungo tempo si è pensato che i Gonzaga avessero costruito per i nani un appartamento in miniatura dentro Palazzo ducale. Ancora nel 1914 la guida rossa del Touring ne riportava la descrizione: quattro salette, scale, corridoietti e camerini minuscoli, dove i visitatori camminavano curvi, a fatica. Finché non si è scoperto che l’appartamento è in realtà una riproduzione ridotta della Scala santa di Roma, davanti a San Giovanni in Laterano.

C’erano nani alla corte spagnola, come Maribárbola e Nicolasito Pertusato, al servizio della famiglia reale «con paga, raciones y cuatro libras de nieve durante el verano», ritratti da Velázquez in Las meninas. E nani alla corte di Pietro il Grande in Russia e a quella dei Medici a Firenze, dove Morgante fu dipinto nudo dal Bronzino e scolpito dal Giambologna a cavallo di una lumaca. Spesso venivano chiamati con soprannomi irridenti, come Gigante, Diamante, Bocciolo, Barbino.

Il suo nome si era perso. Come quello della moltitudine infinita degli anonimi che Michel Foucault etichettò «hommes infâmes»


Anche la nana di casa Gonzaga diventò Diamantina, nome immaginato nel 2016 dalla storica del Rinascimento Nadeije Laneyrie-Dagen, non per spregio, ma perché la piccola donna è incastonata come una pietra preziosa nella raffigurazione della famiglia regnante. La storica propose anche una biografia fantasiosa ma credibile: la nascita in una valle delle Dolomiti, dove l’isolamento e la povertà costringevano i pochi contadini a sposarsi sempre fra di loro e a mettere al mondo figli «cretini e gozzuti». Al servizio del prete del villaggio fino ai dieci anni. Venduta al mercato di Bolzano, e acquistata per accompagnare, da Innsbruck a Mantova, un’altra bambina della sua stessa età, la principessa Barbara Hohenzollern, figlia del margravio del Brandeburgo, che andava sposa al marchese Ludovico II Gonzaga.


Il nome vero l’ha ritrovato, nel 2017, lo storico Rodolfo Signorini, frugando nell’archivio Gonzaga, conservato presso l’Archivio di Stato di Mantova. Dentro la busta numero 218 (c. 11r), un documento descrive la comitiva che il 10 giugno 1474 accompagnò Barbarina Gonzaga (figlia di Barbara e Ludovico) in Germania, a celebrare il suo matrimonio con Eberardo I di Württemberg, detto il Barbuto. Tra i gentiluomini e le nobildonne del corteo figurava anche «Lucia nana». Barbarina, nell’affresco del Mantegna, è ritratta proprio alle spalle di Lucia, a indicare lo stretto rapporto tra le due

Intorno a loro ci sono Ludovico e il suo segretario, la moglie Barbara, i figli, le nutrici, i dignitari, i paggi e tutti i personaggi della corte mantovana. Schierati in parata con gli abiti migliori, che esibivano durante gli incontri con altri regnanti, proprio in questa Camera degli sposi. Detta anche Camera Picta: non era infatti una camera nuziale, ma una sala di rappresentanza.

L’abito rosso di Lucia è di scarlatta vermiglia, una delle stoffe più preziose all’epoca, tessuta con la migliore lana inglese e tinta con il “vermillon”, come veniva chiamata la cocciniglia mediterranea, l’insetto da cui si estraeva il colorante. Le maniche sono di velluto pavonazzo, il velo finissimo che copre la fronte e i capelli è pari a quello di madonna Barbara. Perfino il fazzoletto sfrangiato tra le mani trasmette un messaggio sulla sua intimità con la famiglia: tenere un fazzoletto in mano era, a quel tempo, tipico delle donne che vantavano un titolo di nobiltà. Per i costumi dei nani, come viene confermato dai conti conservati nei fondi dei guardaroba delle corti, non si badava a spese, dato che erano obbligati, come tutti gli altri membri della corte, a seguire il cerimoniale e a vestirsi in maniera adeguata ai suoi rigidi protocolli.


Non aveva dunque cercato di risparmiare il marchese Ludovico, anche se non era ricco al pari degli altri signori del tempo, come gli Sforza o i Medici o gli Estensi. Militava a stipendio e cercava di patteggiarlo alto. Le altre risorse non provenivano da banche o commerci, bensì dai prodotti di un paese agricolo, che risentiva delle guerre, delle inondazioni, delle carestie, delle tasse che lui stesso aveva dovuto imporre per riparare ai debiti di suo padre Gianfrancesco.

Ma era talmente innamorato delle cose d’arte che aveva voluto a tutti i costi al suo servizio Andrea Mantegna, il gran padovano che aveva rivoluzionato la scuola pittorica della sua città. E fu sempre pronto ad accettare con benevola pazienza le richieste quasi perentorie dell’artista: soldi, case, terreni, perfino cacciagione per un pranzo in cui era atteso ospite il cardinale Francesco Gonzaga, figlio suo. Una volta, davanti a Mantegna che reclamava l’ennesimo pagamento, arrivò quasi a umiliarsi, pregandolo di pazientare poiché a causa di certi tracolli non aveva più denari, confessando che «tutte le zoglie nostre sono ad usura». Insomma, che aveva dovuto dare in pegno perfino i gioielli di famiglia. Lo chiamava «il mio carissimo Mantegna, solenne Maestro».

E solenne, cioè eccellentissimo, Mantegna lo era davvero. Tanto che, osservando il viso di Lucia, le macchie della pelle, della sclera e dell’iride, e le protuberanze sul collo, due diversi gruppi di medici si sono esercitati a diagnosticarne le malattie. E, come al capezzale di Pinocchio, hanno emesso diagnosi contrapposte: «nanismo ipofisario e tumori benigni dell’iride», ha decretato nel 2016 il primo gruppo; «acondroplasia», ha sentenziato nel 2017 il secondo. Entrambi hanno pubblicato gli studi su “Lancet” e annunciato controrepliche.

Ma il pittore fu soprattutto eccellente nel nascondere con i drappeggi degli abiti la sventura dei Gonzaga, quella «gran doglia» portata in eredità da Paola Malatesta, madre di Ludovico: la gobba. Ludovico la trasmise ai figli. Barbara stessa, parlando con gli emissari di Francesco Sforza, che pretendevano di controllare sotto i vestiti la schiena della giovanissima figlia Dorotea, promessa sposa del rampollo milanese Galeazzo Maria, ne definì «guasti» almeno quattro, degli undici che aveva partorito. «Ma ne avemo di più belli e diritti una frotta», aggiunse con dignità. E Ludovico, fuori di sé, anche per un compenso di quarantaduemila ducati che Francesco Sforza tardava a pagare, gli mandò a dire che non voleva più sentir disputare «della gobba di casa nostra: la quale, o gobbi o dritti che siamo, non è però mai stata così torta che non abbia fatto qualche favore a drizzare gli altri a mantenere lo stato suo».

Dorotea, dopo dieci anni di profferte amorose alternate a freddezze e rifiuti, morì infine di febbre e di scoramento, nella notte tra il 20 e il 21 aprile del 1467. Mentre Mantegna continuava a immortalare la corte nel suo affresco. Dove Lucia nana smetteva di rappresentare, forse per la prima volta, quello che per secoli avevano rappresentato i nani e gli altri perso- 73 naggi dalle caratteristiche fisiche inusuali: la proiezione simbolica, al negativo, dell’onnipotenza e perfezione del principe, delle sue virtù fisiche e morali. Qui, era la condizione della nana a essere rovesciata: il corpo dei marchesi non era più perfetto del suo, e chi voleva guardarla in faccia, e aver fissi nei propri i suoi occhi scuri, doveva alzare la testa verso di lei e non il contrario.
Mantegna aveva appena terminato il lavoro, quando Lucia partì verso la Germania al seguito di Barbara. Altro non si conosce. Nel castello sulle rive del Mincio, la sua immagine continua a guardare il mondo dall’alto.

Il testo di questo articolo è tratto dall’omonimo saggio contenuto in L. Colonnelli, Le muse nascoste, Firenze 2020.

ART E DOSSIER N. 381
ART E DOSSIER N. 381
NOVEMBRE 2020
In questo numero: LUOGHI MAGICI: Il castello del Buonconsiglio a Trento. Le nuove gallerie del Museo scienza e tecnologia di Milano. Le beatitudini del Romanico. IN MOSTRA: Untitled, 2020 a Venezia. Accardi a Milano. Van Gogh a Padova. Tiepolo a Milano. Gentileschi a Cremona.Direttore: Philippe Daverio