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FEBBRILI TRACCE
D’INCHIOSTRO E COLORE

di Daniele Liberanome

Successo conclamato per l’africana Julie Mehretu che ha assorbito nel suo percorso artistico le lezioni di Kandinskij, Malevič e Pollock senza rinunciare, però, alle proprie radici

Innestare le lezioni dell’espressionismo astratto americano e di mostri sacri come Kandinskij e Malevič sulle proprie radici africane. Questo è il percorso che sta seguendo Julie Mehretu e con notevole successo, a giudicare dall’elevato standard delle sedi museali che le spalancano le porte per offrirle spazi espositivi e dalla crescita esponenziale dei valori delle sue opere nelle aste d’Europa, America e Asia.

Nata nel 1970 ad Addis Abeba, Mehretu si è trasferita presto negli Stati Uniti, portando con sé il bagaglio dell’esperienza vissuta nelle metropoli caotiche del continente nero, fatte di dedali di vie e viuzze, di fitti agglomerati urbani, dove però basta qualche nota emessa da uno strumento improvvisato per creare felicità e donare un sorriso. In mezzo al caos, il colore - dei vestiti, dei copricapi, della natura - spicca con forza.

Così Mehretu utilizza come base delle sue opere dei rendering architettonici o dei disegni che richiamano piante urbanistiche di megalopoli e che l’artista anima con forme geometriche colorate, con segni a matita e a inchiostro che li rendono vivi. Forme e segni che trasmettono un palpito, che mettono in relazione sezioni distanti o che formano una sorta di fiori, di piante.

Il titolo di uno dei suoi capolavori, Black Ground (Deep Light), indica con efficacia quanto la prima impressione trasmessa a un occidentale da queste megalopoli, scure e carenti di infrastrutture, nasconda la loro vita luminosa, che pure esiste. Lo sfondo della grande tela (1,8 x 2,8 metri), di un grigio compatto, se meglio osservato lascia trasparire delle forme architettoniche. Su queste, l’artista ha tracciato prima una serie di segni bianchi, poi, soprattutto sulla parte superiore, triangoli e altre figure geometriche che, con le loro cromie, risaltano e richiamano l’attenzione anche dell’osservatore più disattento. Chiaro il riferimento a Jackson Pollock e alle sue opere - che si sviluppano con strati sovrapposti di colore fatto colare sulla tela fino a creare reticolati ricchi di movimento - ma anche a quelle astratte di Kandinskij.


Retopistics: A Renegade Excavation (2001).

Black Ground (Deep Light), andato in asta il 1° aprile dello scorso anno da Sotheby’s di Hong Kong, è stato venduto per oltre 5 milioni di euro, a dimostrare l’interesse planetario per Mehretu. Non solo la stima è stata ampiamente superata ma è stato fissato il prezzo record per l’artista, di gran lunga maggiore di quello precedente ottenuto con Retopistics: A Renegade Excavation. Anche in quest’ultima opera, lo sfondo richiama la struttura di una città o meglio di un aeroporto visto dall’alto. Ma, avvicinandosi alla tela, «l’immagine complessiva si decompone in numerosi altri dipinti e storie», dice l’artista, seguendo così un approccio caro agli espressionisti astratti, in particolare a Gottlieb. Parte di questi «altri dipinti » sono tracciati febbrilmente con inchiostro, altri con segni di colore che in qualche misura rimandano a Kandinskij. Quindi Retopistics: A Renegade Excavation, a parte i toni chiari e la dimensione decisamente monumentale (2,5 x 5,3 m), ricorda Black Ground (Deep Light). Il 15 maggio 2013 Christie’s di New York fu capace di piazzarla per la ragguardevole cifra di 3,5 milioni di euro.

Dal 2013, infatti, la carriera di Mehretu ha subito un’ulteriore accelerazione. Già nel 2011, niente meno che il Guggenheim di New York le aveva tributato una personale, e lo scorso anno altrettanto hanno fatto in tandem il Los Angeles County Museum of Art e, ancora a New York, il Whitney Museum of American Art; i suoi lavori, inoltre, hanno fatto scalpore anche a Punta della Dogana, a Venezia.

Così hanno preso a volare i prezzi anche di opere apparentemente ben diverse da Black Ground (Deep Light), come Rise of the New Suprematists. Si tratta evidentemente di un tributo a Malevic e ai suoi seguaci, realizzato non tanto adottando pedissequamente il loro stile (caratterizzato da figure geometriche quasi perfette dai colori forti), quanto piuttosto riprendendo il loro credo sull’assoluta preminenza dell’impatto emotivo che un’opera d’arte deve trasmettere rispetto alla capacità tecnica nella raffigurazione. Ecco quindi comparire, stavolta su una tela monocroma bianca, dei segni a inchiostro che, a ben guardare, sembrano recuperare uno schema urbanistico. E sopra questi segni una serie di altre forme che richiamano l’enorme energia racchiusa nelle città, che si diffonde incessantemente.


Rise of the New Suprematists (2001).

Mancano colori o forme espressioniste, ma il prezzo lo scorso 14 novembre da Sotheby’s di New York è rimasto sensazionale: 4,3 milioni di euro.

L’ascesa del mercato della Mehretu si è placata nella prima metà dell’anno in corso, ma solo per effetto della pandemia che ha portato alla cancellazione delle aste principali e all’offerta online di pezzi spesso minori. Resta il fatto che un suo Untitled 1 (Amulets) from Artists for Obama, una litografia che fa parte di un’edizione di centocinquanta esemplari con cui l’artista ha sostenuto la campagna presidenziale americana del 2008, è stata venduta il 14 maggio 2020 da Bonhams di Los Angeles per 5.600 euro, ben al di sopra della stima massima. Come a dire che, non appena l’affievolirsi della pandemia permetterà di organizzare di nuovo grandi aste, il mercato di Mehretu potrebbe continuare la sua galoppata.

ART E DOSSIER N. 380
ART E DOSSIER N. 380
OTTOBRE 2020
In questo numero: L'ORO di Fabrizio Plessi in esclusiva per la copertina di 'Art e Dossier'. SE I PITTORI GUARDANO IL CIELO: Le stelle di Van Gogh. Quando l'arte parla del clima. IN MOSTRA: Plessi a Venezia; Barbieri ad Astino; Christo a Parigi; Magnani a Mamiano di Traversetolo. Direttore: Philippe Daverio