Gli anni Ottantadel QuattrOcentO
in lOmbardia

L’immagine che inaugura il decennio e che sa tanto di manifesto dei gusti figurativi avanguardistici

della Milano di quel momento è senz’altro l’incisione realizzata nel 1481 dall’orafo Bernardo Prevedari su disegno di Donato Bramante, come dichiara l’iscrizione sul plinto del candelabro in secondo piano: «bramantv/s fecit / in m[edio]l[an]o». Il soggetto di questa meravigliosa visione antichizzante e proto-piranesiana è indecifrabile e misterioso, e forse è meglio limitarsi alla definizione data dal contratto, stilato il 24 ottobre di quell’anno: «haedifitiis et figuris». Il grande artista urbinate era in città da qualche anno, e la sua cultura era fortemente improntata dal Piero della Francesca pittore di corte dei Montefeltro, dalla lezione del Mantegna mantovano, ma anche dalla Ferrara di Cosmè Tura, di Francesco del Cossa e soprattutto di Ercole de’ Roberti.


Giovanni Antonio Piatti, Virtù teologali (1478-1480 circa); Parigi, Louvre.


Bernardo Prevedari (da Donato Bramante), Interno di tempio con figure (Incisione Prevedari) (1481); Milano, Castello sforzesco, Civica raccolta delle stampe Achille Bertarelli.

Vincenzo Foppa, Madonna col Bambino tra i santi Giovanni Battista e Giovanni evangelista (Madonna del tappeto) (1485); Milano, Brera.


Ambrogio Bergognone, Madonna in trono tra otto santi e il committente Gerolamo Calagrani (1485 circa); Milano, Pinacoteca ambrosiana.

Bernardino Butinone e Bernardo Zenale, Polittico di san Martino (1485-1490 circa), intero, dipinto da Bernardo Zenale; Treviglio (Bergamo), San Martino e Santa Maria Assunta.


Bernardino Butinone e Bernardo Zenale, Polittico di san Martino (1485-1490 circa), particolare di uno dei pilastrini della predella, dipinto da Bernardo Zenale; Treviglio (Bergamo), San Martino e Santa Maria Assunta. Il maestoso Polittico di san Martino, commissionato ai trevigliesi Bernardino Butinone e Bernardo Zenale nel 1485, già concluso nel 1491, e destinato all’altare della chiesa di San Martino a Treviglio, è uno dei manifesti dell’arte lombarda degli anni Ottanta del Quattrocento. Nello scomparto centrale del registro inferiore, san Martino a cavallo, patrono di Treviglio, dona metà del suo mantello a un povero.

Di questi artisti Bramante sembra rievocare la luce sinistra e bizzarra che pervade le loro visioni all’antica, ma anche l’arrovellarsi delle pieghe dei manti e delle ciocche di capelli delle figure. D’altronde questo gusto filo-ferrarese in Lombardia aveva già caratterizzato gli anni Settanta, come testimoniato dai capolavori di Giovanni Antonio Piatti, il grande scultore morto nel 1480 a Cremona e uscito dalla bottega di Giovanni Antonio Amadeo, con cui ha condiviso fondamentali esperienze al grande cantiere della certosa di Pavia. Lo stile antinaturalistico e “accartocciato” di Piatti ha sicuramente influenzato i pittori contemporanei, e contribuito a forgiare uno stile e un gusto di stampo espressionistico. 

Vincenzo Foppa, il bresciano che sin dai primi anni Sessanta, reduce dalla Padova di Donatello e degli squarcioneschi, a Milano era sulla cresta dell’onda, sembra subire quest’ondata di nuove idee, come testimoniano le sue opere del nono decennio del Quattrocento. L’affresco con la Madonna del tappeto, già in Santa Maria di Brera e ora in Pinacoteca, purtroppo molto rovinato dallo stacco e dal successivo strappo, è datato 10 ottobre 1485 e rivela un forte impianto bramantesco nell’ostentare gli elementi architettonici di stampo classico, anche se il tutto è semplificato e stemperato. 

Un approccio altrettanto prudentemente aggiornato è rivelato dal ben più giovane Bergognone, che nella pala con la Madonna in trono tra otto santi e il committente Gerolamo Calagrani, eseguita poco dopo il 1484 per Pavia e oggi alla Pinacoteca ambrosiana, dimostra di guardare alle novità bramantesche attraverso la lente addolcente di Foppa. Nonostante l’impianto unitario della pala, desunto dalla pionieristica Pala Bottigella di Foppa (Pavia, Pinacoteca Malaspina), eseguita vent’anni prima, persiste imprescindibile l’oro: una cifra della pittura lombarda fino alla fine del Quattrocento. Le figure di Bergognone hanno incarnati che definiremmo quasi cadaverici, un po’ come quelli di Dirk Bouts. Molti elementi nella pala dell’Ambrosiana, come gli angeli volanti in scorcio, le fisionomie delle figure, uno spiccato gusto per l’ornato e la gamma cromatica azzurro-grigioverde- oro paiono evocare il più grande artista milanese di quella generazione, Carlo Braccesco, la cui attività però si svolge essenzialmente in Liguria.


Bernardino Butinone e Bernardo Zenale, Polittico di san Martino (1485-1490 circa), particolare di uno degli scomparti della predella, dipinto da Bernardino Butinone; Treviglio (Bergamo), San Martino e Santa Maria Assunta.

Un altro imprescindibile manifesto dell’arte lombarda degli anni Ottanta del Quattrocento è il maestoso Polittico di Treviglio, commissionato ai trevigliesi Bernardino Butinone e Bernardo Zenale nel 1485 e già concluso nel 1491. È assoluta la coerenza prospettica, tra fughe di archi di stampo bramantesco e balaustre in ferro battuto così profondamente lombarde. Tipicamente lombardi sono anche il “bagno di ori” e gli incarnati cinerei delle figure. Le due personalità artistiche, così “fuse” tra loro nelle tavole principali del polittico, sono invece ben distinguibili negli scomparti della predella. Butinone ha una vena espressionistica marcata, esuberante e, diremmo, esagerata. Le sue figure hanno i toni della pelle che virano attraverso tutte le tonalità del grigio, e le nuvole appaiono talmente inverosimili da sembrare fumo di sigaretta. Zenale invece esprime già un tono più classico, pacato. I suoi Dottori della Chiesa che popolano i pilastrini hanno una compostezza inavvicinabile. Da questo “milieu” emergerà il giovane Bartolomeo Suardi, significativamente soprannominato dai suoi contemporanei Bramantino.


Bramantino, Adorazione del Bambino (1485 circa); Milano, Pinacoteca ambrosiana.

Tra le prime opere di Bramantino, databile quindi intorno al 1485, è l’Adorazione del Bambino dell’Ambrosiana. L’impianto delle quinte architettoniche, con quell’altissima volta a botte dalla prospettiva a cannocchiale, è dichiaratamente bramantesco, mentre i manti delle esili e allucinate figure sono brillanti e sfaccettati come minerali preziosi, e i loro crani sono lisci e ovoidali proprio come avveniva nelle creature del Piatti. 

Intorno al 1487-1488 Bramante, forse con l’aiuto del giovane Bramantino, decora la casa del poeta di corte Gaspare Visconti in via Lanzone, nei pressi della basilica di Sant’Ambrogio: i pochi lacerti rimasti sono oggi conservati a Brera. Memorabile è la scena, forse originariamente posizionata come sopraporta, con Eraclito e Democrito, le cui esagerate espressioni di pianto e riso assumono le fattezze di mascheroni teatrali.


Donato Bramante, Eraclito e Democrito (1487-1488 circa); Milano, Brera. Il 10 ottobre 1486 il poeta di corte Gaspare Visconti acquista un’abitazione in via Lanzone, nei pressi della basilica di Sant’Ambrogio. Subito dopo comincia la decorazione di almeno un paio di ambienti da parte di Bramante, forse con l’aiuto del giovane Bramantino. In una sala Bramante effigia, in nicchie illusionistiche, sette giganteschi personaggi maschili, ben noti all’epoca, a figura intera (i cosiddetti Uomini d’arme), mentre in un’altra sala adiacente, sopra una porta, Eraclito e Democrito. La casa di via Lanzone (nota come “casa Visconti-Panigarola”) è oggi distrutta, e i frammenti di affresco, staccati dalle pareti, sono approdati a Brera.

LEONARDESCHI. LEONARDO E GLI ARTISTI LOMBARDI
LEONARDESCHI. LEONARDO E GLI ARTISTI LOMBARDI
Antonio Mazzotta
Un dossier dedicato ai Leonardeschi. In sommario: Gli anni Ottanta del Quattrocento in Lombardia; Il primo soggiorno di leonardo a Milano: 1482-1499; Milano, campo libero? 1499-1506; Il secondo soggiorno di Leonardo a Milano e la sua eredità. Come tutte le monografie della collana ''Dossier d'art'', una pubblicazione agile, ricca di belle riproduzioni a colori, completa di un utilissimo quadro cronologico e di una ricca bibliografia.