Outsiders


NERO
A COLORI

di Alfredo Accatino

Un viaggio alternativo nell’arte del Novecento, alla riscoperta di grandi artisti, di opere e storie spesso dimenticate: Albert Müller

Questa è una storia di amicizia, di progetti condivisi e di speranze.
È la storia di un maestro e dei suoi discepoli, di tradimenti e disillusione, poi di morte. Come la neve in inverno che al disgelo si tramuta in acqua sporca, tutto finisce. Lì, dove c’era un manto candido, alla fine scopri solo sassi appuntiti e crepacci.
Siamo in Svizzera e ci muoviamo lungo un asse che unisce la parte nord, di lingua tedesca, con la comunità italofona del Canton Ticino, nel primo quarto del Novecento.

Albert Müller nasce a Basilea nel 1897. È un apprendista artigiano, ma alla mostra di Natale del 1919 alla Kunsthalle (sempre a Basilea) si presenta, per la prima volta, come artista. Nella sua breve carriera spazierà dalla pittura alla scultura, dall’incisione all’arte vetraria.

Scende in Italia e collabora con un altro grande pittore dimenticato come Niklaus Stoecklin. Nel febbraio 1921 sceglie di vivere nel Canton Ticino, sposa Anna Hübscher e un anno più tardi, con la nascita dei gemelli Judith e Kaspar, si trasferisce a Obino- Castel San Pietro, dove crea un sodalizio professionale con altri giovani artisti originari di Basilea.

Quello che spariglia le carte è l’arrivo di un mito dell’espressionismo come Ernst Ludwig Kirchner. Traumatizzato dalla Grande guerra, alla quale partecipa prestando servizio militare dal quale poi viene esonerato per disturbi mentali, è in cerca di pace e silenzio. Si reca perciò a Davos dove tornerà più volte. In una di queste permanenze conosce un gruppo di ragazzi pazzi per l’arte: Hermann Scherer, Paul Camenisch e, appunto, Albert Müller. È un colpo di fulmine da tempesta in alta quota.

Da quel momento, per Albert e gli altri, Kirchner diventa il faro che accende la loro vita e la loro arte di cromie mai esplorate, che li proietta al centro dell’Europa e dà senso al loro progetto di riformare la pittura nel segno del linguaggio espressionista. Sulla scia di quella scarica di energia, la notte di San Silvestro del 1924 i tre ragazzi (si aggiungerà poi Werner Neuhaus) fondano il gruppo Rot-Blau, nome ispirato alla bandiera del Canton Ticino (rosso-blu).

Dal lavoro di gruppo prendono forma paesaggi e ritratti contrassegnati dal mal di vivere e da sensibilità estrema. La montagna diventa proiezione del mondo interiore, non più consolante “buon ritiro”.
Kirchner diviene il demiurgo di una comune della quale incarna la divinità ispiratrice. Ama l’isolamento della montagna, ma ne soffre, perché teme di perdere i contatti con la scena dell’arte. In fondo, quei ragazzi li usa.
È una consuetudine fatta di momenti conviviali: cene, discussioni, bevute, sessioni di lavoro congiunte. Ma dura l’arco di un’estate. I giovani scalpitano, producono a rotta di collo, e il maestro deve alzare la voce perché ora provano a superarlo, e lui deve ribadire ogni volta di essere “lui e lui solo” l’innovatore…
L’amicizia si trasforma in rivalità. Il maestro accusa gli allievi di averlo copiato, di essere dei profittatori pronti a rubarsi le idee a vicenda. L’idealismo iniziale diventa competizione. Müller, sostenuto dal maestro, decide di lasciare il gruppo. Kirchner trascorre così l’estate e l’inizio dell’autunno del 1925 con la moglie Erma insieme alla famiglia Müller, a Frauenkirch, parlando del ragazzo ai suoi amici come di una delle speranze dell’arte moderna. Kirchner porterà con sé Albert a Dresda, pagando il viaggio, per visitare l’Esposizione internazionale d’arte: esperienza che il ragazzo vive come un sogno.
L’anno dopo Albert si ammala di febbre tifoide. In poco tempo le sue condizioni precipitano. Muore il 14 dicembre a ventinove anni nella sua casa di Obino. La moglie Anna, che lo ha assistito sino alla fine, contrae a sua volta la malattia e morirà il 7 gennaio, a ventisette anni, i gemelli si salvano per miracolo.
Kirchner allestisce una mostra commemorativa presso la Kunsthalle di Basilea, dove tutto ha avuto inizio, e crea una xilografia con il ritratto dell’amico. Anche Hermann Scherer morirà lo stesso anno per un’infezione da streptococco.

Il sogno è finito. Toccante il ritratto che Albert realizza di Anna nel 1924. Una ragazza fragile, depressa, sfiancata dal parto gemellare. La tela risente dell’influenza del dipinto Marzella (1909-1910) di Kirchner. Anna non più come una giovane donna nel pieno del suo vigore, ma quasi come una detenuta. Attraverso le linee diagonali Müller ottiene una struttura rigida nella quale il corpo è racchiuso come in una gabbia. I colori violenti - blu, rosso, verde -, con gli angoli acuti che ne costringono le forme, contribuiscono a trasmettere il disagio che pervade l’ambiente e il “ritratto interiore”. C’è luce, ma non c’è gioia. Anche la finestra non si apre su un futuro migliore, è serrata e opprime la protagonista. Chiusa in se stessa, il volto inespressivo, le mani abbandonate in grembo, Anna diventa una figura geometrica rassegnata al proprio destino: da una parte un quadro (l’arte del marito), dall’altra la finestra (la vita). In una scheggia di presente che non tornerà più.


Ritratto della moglie Anna (1924).

ART E DOSSIER N. 372
ART E DOSSIER N. 372
GENNAIO 2020
In questo numero: VALLOTTON Il lato ombroso dei Nabis; RESTAURI Doppio Angelico a Firenze; IMPRESSIONISTI DISPERSI Il Monet parmigiano, I Cézanne fiorentini; IN MOSTRA: Boltanski a Parigi. Medardo Rosso a Roma. Gauguin a Londra. La Mellon Collection a Padova. Valadier a Roma. Direttore: Philippe Daverio