La pagina nera 


SE L’EREMO È «COLLABENTE»NON CI SI FA PIÙ NIENTE

Tempo scaduto: il monastero trecentesco San Giorgio ai Graniti, alle porte di Ascoli Piceno, sta per esalare l’ultimo respiro.
Se la Soprintendenza non agisce ora, un altro bene, abbandonato da decenni, ci lascia definitivamente.
E dire che il Comune si era offerto per salvarlo.

di Fabio Isman

Uno straordinario eremo marchigiano, immerso in un fantastico paesaggio, sta per morire. Questo non è un semplice racconto, e neppure un forte grido di dolore: è un autentico ultimatum. Ammesso che vi sia ancora tempo, si deve intervenire con la massima urgenza, se si vuole salvare, nei boschi del monte di Rosara e non lontano da Ascoli Piceno, di fronte a Castel Trosino, il monastero di San Giorgio ai Graniti, edificato nel 1382 dove prima c’era un lebbrosario, ma da decenni in stato di totale abbandono. In certi mesi, è perfino coperto totalmente dalla vegetazione; ogni cosa è in disarmo: c’è addirittura il pericolo di crolli. Il Comune di Ascoli l’ha ufficialmente dichiarato «collabente» il 28 aprile 2018; cioè non agibile, non abitabile; «detto di oggetto che si affloscia», scrive il dizionario di Tullio De Mauro: è l’anticamera della morte. Eppure, a suo tempo, il luogo è stato assai rigoglioso ed emana ancora un immenso fascino, sotto una parete di travertino di colore rosato che lo sovrasta e uno stupendo sfondo della valle che si gode dal suo portico a nove archi. L’unico futuro sembra la riduzione «della memoria storica di un luogo topico nel territorio piceno a un informe ammasso di macerie», afferma sconsolato Gaetano Rinaldi, il presidente della locale sezione di Italia Nostra, anche se «da tempo ne avevamo segnalato l’importanza: sia per il pregio delle antiche costruzioni, sia per il contesto ambientale, sia per l’antica storia, che si perde nella notte dei tempi: da quando, in epoca pagana, vi si praticava il culto della Bona Dea», prima che nell’VIII secolo, o nel IX, vi s’insediassero i primi cristiani.
La nobile di Ascoli Livia Martelleschi «dal 1343 vi edifica un lebbrosario», spiega lo studioso Gabriele Vecchioni, che nel 1382 diventa il convento di San Giorgio “in Salmasio” (per le sottostanti fonti di «acque salmacine», sulfuree), o “ai Graniti”, a causa della parete rocciosa che incombe. Vuole il convento la comunità locale: utilizzando anche rendite pubbliche, e con l’appoggio del vescovo di Ascoli, Pietro III Torricella.


L’eremo di San Giorgio ai Graniti (1382), nei pressi di Castel Trosino (Ascoli Piceno), sovrastato da una parete di travertino rosato.

ll tutto è ormai il regno delle macerie
e delle vegetazioni spontanee


Poi, si trasforma in un eremo francescano, e nel Cinquecento passa ai frati minori. I primi monaci, detti “clareni” dal nome di chi li dirigeva, o “de paupere vita”, vestivano di stracci e vivevano di elemosine. 

La sorte dell’eremo comincia a essere segnata con l’Unità d’Italia: liquidati gli ordini religiosi, è ceduto a dei privati. Un ultimo sussulto nel 1889: lo acquista padre Sante Scaramucci, un francescano che vi conduce una specie di collegio. Ma alla sua morte, nel 1907, diventa di proprietà di alcuni agricoltori, che utilizzano l’immobile come stalla e magazzino, al servizio dei terreni circostanti. 

C’era un campanile: ferito dal terremoto del 1972, è crollato due anni più tardi. Degli antichi decori, è rimasta una statua di san Giorgio a cavallo che combatte il drago, di età disputata (Settecento, o «recente arte tirolese», come, nel 1947, voleva lo studioso Riccardo Gabrielli il cui archivio è conservato in quello di Stato di Ascoli?): è nella chiesa di San Benedetto, a Rosara. Gli allarmi sulle condizioni dell’edificio, restaurato nel Seicento, che presenta un portico a nove archi con «rozze pitture » a dire dello stesso Gabrielli, risalgono all’immediato dopoguerra: lui scrive dei tre altari barocchi all’interno, di una pala e di un paliotto entrambi, questi ultimi, di autori ascolani, ma anche di già «miserevoli condizioni». Oggi, divenute assolutamente spettrali, «pur se lo stato ambientale è lo stesso di un dipinto del 1893 di un macchiaiolo locale, Giulio Gabrielli, conservato nella Pinacoteca di Ascoli», spiega ancora Vecchioni; e una cartolina degli anni Trenta del Novecento mostra ancora l’edificio sostanzialmente abbastanza intonso. 

Crollati i tetti; divelti i pavimenti; pitture cadute o evanescenti: a stento si “legge” che qualcuna fosse un ciclo di storie francescane. Non ci si può entrare: pericolo di collassamenti. Il tutto è ormai il regno delle macerie e delle vegetazioni spontanee, che sommergono tutto.


L’eremo visto dal basso


un particolare dell’edificio, coperto dalla vegetazione.

Un vero rudere. Pare che, per via di tanti frazionamenti ereditari, oggi esistano quarantuno proprietari; e qualche anno fa, invano, il Comune si sarebbe offerto d’acquistare l’edificio, per salvarlo. Non lontano, ma su un’altra montagna, dice Vecchioni, che l’ha raccontato in un volumetto, esiste un altro eremo, quello di San Marco, che risale al Duecento: «È perfino abbarbicato alla roccia; ma è di proprietà del Comune, che l’ha ereditato dalla famiglia Sgariglia; e così, è stato possibile restaurarlo». È più piccolo di quello di San Giorgio; tuttavia, lo si vede anche da Ascoli, e guarda fino al mare Adriatico: un altro gioiello di storia e di architettura, stavolta però salvato. 

Invece, quello vicino a Castel Trosino sta assolutamente morendo. In origine, erano tre piani, e i frati abitavano al primo; ai piedi dell’edificio, una vallata con un panorama davvero eccezionale. Ormai gli interni sono diroccati; le mura piene solo delle firme, a ricordo di chi ci è passato; l’ombra di tanti vandalismi. Perché non inserirlo nella “lista rossa”, dei monumenti in pericolo di Italia Nostra, o, ancora meglio, non sottoporlo, “in extremis”, a un vincolo della Soprintendenza? Forse è l’unica speranza per non perdere del tutto l’ennesimo gioiellino dimenticato dell’arte diffusa in ogni angolo della penisola.


L’eremo ridotto a un rudere.

immagine della devastazione dell’edificio;


un frammento dell’antica decorazione.

ART E DOSSIER N. 364
ART E DOSSIER N. 364
APRILE 2019
In questo numero: L'anno di Rembrandt : le celebrazioni di Amsterdam e dell' Aja. Segni impalpabili : la raffigurazione del gesto casuale. L'ombra e la pittura. In mostra : Morath a treviso, Van Gogh a Londra, Ottocento a Forlì, il nudo a Basilea.Direttore: Philippe Daverio