NON SOLO ARTEPER LA RETINA

Su richiesta degli imperatori e committenti, Arcimboldo ha realizzato diverse variazioni sui temi delle sue serie e invenzioni.

Ha declinato simili soggetti, articolandoli con lievi differenze nei dettagli. Come per quanto concerne tutte le opere migliori dell’arte, anche le teste arcimboldesche rimangono in ultima analisi anche un po’ impenetrabili: danno la sensazione che non proprio tutto sia stato interpretato e colto, che vi siano ancora possibilità, per lasciare aperta la porta sull’ulteriore stanza del mistero. Le teste paiono forme caotiche ben strutturate, ossimori congegnati per affinare l’arte della visione e dell’interpretazione. Vanno oltre la raffigurazione della natura e le “Wunderkammern” dei collezionisti enciclopedici cinquecenteschi. Sfuggono anche dalla visione meramente classificatoria, che aleggia nelle stanze dei teatri (o dei microcosmi) di natura, allestiti alla maniera indicata da Ulisse Aldrovandi. L’autore è un anomalo “Hof-Conterfetter” (ritrattista di corte) o è figlio dello spirito umanistico rinascimentale e manierista? È pervaso dalle idee di Platone e del neoplatonismo, e considera la triade dei mondi minerale, vegetale, animale, l’umanità, il cosmo, gli universi, tutti parte di un’unità?


Testa reversibile con cesto di frutta (1591-1592 circa).


Testa reversibile con cesto di frutta (1591-1592 circa).

O è un precursore dell’imminente svolta barocca o ancora un preromantico o un presurrealista o un fautore dell’arte ironica o del mordente humour? Dipende da che parte si guarda. E da chi sta guardando. Come nei suoi quadri reversibili (che aprono anche alle questioni dell’inversione parodica e ai principi del “mondo alla rovescia”) o nelle sue opere polisemiche. 

Sicuramente non è stato Arcimboldo a inventare per primo l’immagine di una testa umana o di un corpo costituiti dall’accostamento di molte singole parti (cose, parti anatomiche o altro). L’idea dovrebbe risalire all’antichità, visto come nel Cantico dei cantici sono testimoniate le descrizioni reciproche del pastore e della sua amata(9), e invenzioni analoghe sono rintracciabili anche in epoche più antiche in India e nel Vicino Oriente. Nelle arti visive i precedenti sono riscontrabili in alcuni disegni e miniature armene, indiane e persiane, in affreschi pompeiani, in alcuni “grilli” della glittica grecoromana. Come abbiamo già detto, nella cultura rinascimentale del Cinquecento, due precedenti sono le teste composte di falli(10), uno testimoniato in un disegno a penna su carta attribuito a Francesco Salviati e l’altro dipinto probabilmente da Francesco Urbini in un piatto di maiolica, ora conservato nell’Ashmolean Museum di Oxford, entrambi realizzati tra il 1530 e il 1540. Anche Rabelais, nel Gargantua e Pantagruele (1542), descrive la Quaresima attraverso (centocinquanta) sostituzioni anatomiche: «la barba come una lanterna, il mento come una zucca barucca, le orecchie come due manopole, il naso come uno stivaletto innestato a occhio, le narici come una cuffietta […], i nervi ottici come un acciarino, le gote come zoccoli, le mascelle come una ciotola, i denti come spiedi da caccia»(11).


Il cuoco (Testa reversibile con una natura morta di carni arrosto) (1570 circa); Stoccolma, Nationalmuseum.
L’idea interessante che sta alla base dei soggetti reversibili – e in questa possibilità in più risiede l’intuizione del precursore involontario – apre al gesto reale del ruotare di centottanta gradi il quadro per fruire l’immagine altra contenuta nell’opera. Nell’arte contemporanea è stata ripresa questa idea per mettere in gioco anche il movimento dello spettatore, per indurlo ad andare oltre il predominio del visivo nella fruizione dell’opera.


Il cuoco (Testa reversibile con una natura morta di carni arrosto) (1570 circa); Stoccolma, Nationalmuseum.
L’idea interessante che sta alla base dei soggetti reversibili – e in questa possibilità in più risiede l’intuizione del precursore involontario – apre al gesto reale del ruotare di centottanta gradi il quadro per fruire l’immagine altra contenuta nell’opera. Nell’arte contemporanea è stata ripresa questa idea per mettere in gioco anche il movimento dello spettatore, per indurlo ad andare oltre il predominio del visivo nella fruizione dell’opera.

(9) Si veda 4, 1-5; 5, 10-15; 6, 5-7; 7,2-10.
(10) L’immagine della testa di falli è presente anche sul verso della Medaglia di Pietro Bacci detto l’Aretino (realizzata in bronzo da Anonimo nel secondo quarto del XVI secolo), ora custodita nel Museo nazionale del Bargello, a Firenze, e sul verso della Medaglia con testa di satiro (XVI secolo), ora nel Civico Gabinetto numismatico e medagliere del Castello sforzesco, a Milano, dove il capo del satiro è composto di parti animali: tartaruga, pesce e leone. In una collezione privata è conservata la Medaglia antipapale con teste reversibili, realizzata in bronzo da un Anonimo nel XVI secolo. Cfr. F. Porzio, Arcimboldo: le Stagioni “milanesi” e l’origine dell’invenzione, in Arcimboldo. Artista milanese tra Leonardo e Caravaggio, catalogo della mostra (Milano, Palazzo reale, 10 febbraio - 22 maggio 2011), a cura di S. Ferino-Pagden, Milano 2011, pp. 221-253.
(11) F. Rabelais, Gargantua e Pantagruele, Milano 1980, libro IV, capitoli 30-31, pp. 531-536. Si vedano: G. Maiorino, The Portrait of Eccentricity: Arcimboldo and the Mannerist Grotesque, Londra 1991, pp. 130-131; F. Porzio, Fonti carnevalesche del naturalismo nel Cinquecento milanese: alcune ipotesi su Giuseppe Arcimboldi, in “Arte Lombarda” (numero monografico), 1993, pp. 37-42. Già prima di Rabelais, nel XV secolo, Antonio Cammelli detto il Pistoia descrive il poeta Bernardo Bellincioni in una maniera grottesca con esiti pre-arcimboldeschi, che discende dalla tradizione della “vituperatio” comica. Nei primi decenni del XVI secolo i Sonetti faceti di Cammelli ebbero una circolazione manoscritta nelle corti, e probabilmente erano conosciuti anche alla corte del Moro a Milano.

Era erede di una tradizione che dava molta importanza alla metamorfosi del corpo, dove le parti si aprono verso un’alterità aperta e mobile, in divenire, per ottenere un nuovo corpo cosmico, mescolato al mondo, agli animali e alle cose. La sostituzione anatomica richiamerebbe l’universo dell’immaginario carnevalesco(12), parodistico, grottesco, legato al rinnovamento stagionale. Lo studio e l’imitazione della natura rappresentano il punto di partenza per la sua visione e attività artistica. Poi in Arcimboldo prende corpo qualcos’altro, oltre agli equilibri e all’armonia dei colori, delle misure e della qualità. Il suo genio riesce a rappresentare una nuova idea (o a sviluppare ulteriormente idee parziali già intuite da altri che lo precedettero nello svolgimento del tempo cronologico). 

Attinge anche all’astrazione anaturalistica e all’arte fantastica del tardo Medioevo. Fa vibrare gli eventi psichici che si muovono dentro il suo immaginario, i concetti che sono andati anche al di là delle percezioni sensoriali. Attinge alla sfera delle rappresentazioni figurative preesistenti. Traduce il disegno interno in forma visibile - metaforica e fantastica - dentro un’opera d’arte, che è da leggere come risultato di un’idea del pittore. 

L’insieme delle monadi vitali che formano le Teste composte si può fruire come il costruirsi di una nuova forma, resa tangibile dagli oggetti stessi, che partecipano alla conglomerazione. Le sue teste irridono chi pensa che il volto umano sia lo specchio dell’anima? L’idea di Arcimboldo è un tentativo di privare ogni individuo della sua natura umana, delegando le cose del mondo e gli elementi alla formazione di più evolute forme viventi? E come mai un artista del suo calibro, famosissimo fin che visse, venne quasi subito dimenticato dopo la sua morte? Solo la riscoperta dei surrealisti del Novecento ricondusse le sue opere migliori e le sue intuizioni sull’Olimpo dei grandi di ogni tempo. 

Acqua (1566), oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna, è forse l’immagine più emblematica della sua ricerca, al contempo retinica e non retinica (nel senso che implica anche rimandi a interconnessioni e aperture concettuali). La presenza di innumerevoli occhi aperti degli animali marini fa sembrare la testa composita una sorta di figura mitologica simile ad Argo, l’essere che è sempre vigile e che utilizza il senso della vista al massimo delle possibilità, o ai serafini, descritti nella Bibbia con molti bulbi oculari sulle ali e sul corpo per significare l’onniveggenza di Dio.


Quattro stagioni in una testa (1590 circa); Washington, National Gallery of Art.

(12) Al tempo di Arcimboldo, in occasione delle feste agricole e di piazza, venivano costruiti pupazzi con diversi oggetti. Il fantoccio della Quaresima era composto di ortaggi e dolciumi, adornato con collane di pesci, fichi secchi, castagne, di oggetti, e con orecchini di frutta.

Giuseppe Arcimboldo (attribuito), Ritratto di Eva (1578).


Giuseppe Arcimboldo (attribuito), Ritratto di Adamo (1578).

Anche le teste composte di Aria, ora in una collezione privata svizzera, e di Terra (entrambe dopo il 1566) riconducono alla forte presenza di una multivisione. Ogni fruitore, giunto di fronte alla testa costituita da tanti esseri alati, non può sfuggire alla sensazione di essere sottoposto a una supervisione di tutti i loro occhi, proprio come se avesse incontrato un serafino di Dio. E la coda aperta del pavone accresce ulteriormente questa sensazione. In questo meccanismo agisce un doppio o molteplice atto del vedere e dell’essere visto, in ogni coniugazione del tempo, tra passato, presente e futuro. Chi osserva il dipinto viene a sua volta “visto” dai moltissimi occhi del soggetto raffigurato. Chi guarda è visto, e chi è guardato vede, nel sottile rapporto tra mondo e interiorità, tra immaginazione e realtà.

Primavera (1573); Parigi, Musée du Louvre.


Estate (1573); Parigi, Musée du Louvre.


Inverno (1573); Parigi, Musée du Louvre.

ARCIMBOLDO
ARCIMBOLDO
Mauro Zanchi
A trentadue anni dalla pubblicazione del primo dossier Arcimboldi (ormai esauritissimo) abbiamo deciso di dedicare all’artista lombardo un dossier totalmente nuovo. Giuseppe Arcimboldo, detto Arcimboldi (Milano 1526-1593), colto rampollo di una famiglia aristocratica, lavora ai cartoni per le vetrate del duomo della sua città natale, poi a un affresco nel duomo di Monza e inizia a interessarsi di soggetti rari e bizzarri. Nel 1562 è chiamato a Vienna, dove lavora per il futuro imperatore Massimiliano I d’Asburgo, e poi a Praga, col suo successore Rodolfo II, cultore di alchimia e appassionato collezionista. Tra le poche opere di Arcimboldi giunte fino a noi spiccano le celeberrime “teste composte”, volti e ritratti allegorici costituiti da accostamenti di elementi vegetali, oggettuali, animali. Fu anche regista e organizzatore di apparati per feste e spettacoli. La sua cultura parte dall’immaginario mostruoso del Medioevo e dalle teste caricaturali di Leonardo, repertorio che trasferisce nel pieno del gusto manieristico europeo del Cinquecento