LA RIVOLUZIONE
ROMANTICA

Non esiste un’opera che, come per il neoclassicismo il Parnaso affrescato nel 1761 da Anton Raphael Mengs sulla volta di villa Albani a Roma, si possa considerare il manifesto del romanticismo.

questo per la profonda differenza tra i due movimenti. Diversamente da quello che l’ha preceduto sulla scena dell’arte occidentale, tra la vecchia Europa, la Russia e l’altra sponda dell’Atlantico, il romanticismo non ha creato uno stile, un linguaggio comune, quale del resto aveva caratterizzato ancora prima il Barocco e il Rococò. La grande novità è l’affermazione del principio dell’originalità, dei diritti, non più sottoposti ad alcuna regola, dell’individuo creatore, del genio libero e spesso tormentato. Questo concetto, che allora è apparso rivoluzionario, oggi ci sembra scontato, essendo entrato una volta per sempre a rappresentare la nostra concezione dell’arte e del suo rapporto con la realtà. Ma proprio in età romantica la teoria secolare basata sull’imitazione e sul valore di una bellezza universale, tramandata dall’antichità e utilizzata come modello, è stata scardinata e sostituita con l’affermazione dell’arte come espressione individuale.

Mentre gli artisti neoclassici presentano, soprattutto nella scultura, molti tratti comuni, i protagonisti della svolta romantica sono tra loro diversissimi. Così, rispetto all’omologazione precedente, acquistano una propria identità i differenti ambiti nazionali. Irrompono sulla scena, con capolavori destinati a fare scandalo e con le loro sconvolgenti dichiarazioni di poetica, geni immensi e solitari che, come Goya, Turner, Blake, Constable, Runge, Friedrich, Ingres (insieme classicista e romantico), Géricault, Delacroix, Hayez, hanno radicalmente mutato il nostro modo di guardare la natura e l’arte. Hanno sconvolto le gerarchie dei generi e ne hanno cambiato definitivamente l’identità, facendo entrare l’arte nella vita. Proprio la sua frammentazione è stata la grande forza del romanticismo. I suoi ideali di spontaneità, di individualità e di verità interiore hanno avuto una penetrazione infinitamente più vasta e profonda rispetto al razionalismo del Settecento illuminista. Si sono affermati come base del nuovo linguaggio della critica e della sensibilità dell’uomo contemporaneo.

Come ha sostenuto Hugh Honour, nel suo fondamentale libro Il romanticismo (1979), non è facile delimitarlo entro precisi termini cronologici, perché non c’è stata una sua “progressione lineare” e i diversi «stili romantici, nel campo delle arti visive» si sono irradiati «in tutte le direzioni, partendo dal centro immobile del Neoclassicismo». In certa misura l’alba del romanticismo sorge ancora nel Settecento, a ridosso della grande Rivoluzione, quando in Inghilterra artisti eccentrici come il pittore Heinrich Füssli e il poeta e illustratore William Blake hanno iniziato a dare corpo alle ansie e agli incubi di un mondo che stava cambiando; o la pittura si è misurata con la grande letteratura visionaria del passato, recuperando la grandezza e la forza immaginativa di Omero, Dante, Milton e Shakespeare. Fu soprattutto quest’ultimo a offrire uno spettro particolarmente ampio di possibilità immaginative, che furono incanalate commercialmente da un imprenditore audace, Alderman John Boydell. Cominciò a commissionare ai pittori più importanti facenti capo alla Royal Academy, tra cui Joshua Reynolds, James Barry, George Romney, William Hamilton, Angelica Kauffmann, e molti altri ancora, una serie di dipinti destinati a formare la celebre Shakespeare Gallery che, aperta nel 1789, ha conosciuto un grande successo di pubblico e ha diffuso l’amore per i drammi immortali di quello che rimarrà l’autore più letto di sempre, anche attraverso le incisioni che furono ricavate da questi quadri.

Come è avvenuto per la Divina commedia di Dante cui si è spesso ispirato, è stato Füssli quello che ha saputo rappresentare con maggior forza e libertà, prendendo come modelli Michelangelo e gli artisti più eccentrici del manierismo, i sogni e gli incubi del grande bardo, facendone l’espressione delle più oscure pulsioni contemporanee. Uno sconcertante capolavoro del 1790, come Titania e Bottom dal Sogno di una notte di mezza estate, sembra investigare, quasi in sintonia con il marchese de Sade, le regioni più nascoste dell’immaginario erotico.

Quindi la grande frattura con la ragione dell’illluminismo è iniziata proprio alla fine del Settecento, come ha sostenuto per la prima volta Robert Rosemblum in un testo pionieristico del 1967, che ha poi conosciuto una vasta diffusione, Trasformazioni nell’arte. Iconografia e stile tra Neoclassicismo e Romanticismo. Quando «nell’arte, come nella storia» si sono create «rotture così profonde con il passato che oggi, nel ventesimo secolo inoltrato, stiamo ancora alle prese con i problemi che annunciarono l’alba di una nuova era. Nelle storie dell’arte, questo periodo di inusitata complessità è stato in genere diviso nelle due categorie, che si presumono antagonistiche, di Neoclasssicismo e Romanticismo, una dicotomia in bianco-nero che, nelle storie più sofisticate, permette anche quell’unica sfumatura di grigio chiamata Classicismo romantico. […] Come possiamo chiamare le nuove e strane emozioni, che sentiamo affiorare in così tanta parte dell’arte della fine del diciottesino secolo, se non Romanticismo?»


Johann Heinrich Füssli, Dante e Virgilio sul ghiacciaio del Cocito (1774); Zurigo, Kunsthaus.

Romantico ante litteram, e uno dei più radicali tra quelli che Giuliano Briganti ha chiamato i «pittori dell’immaginario», è stato Blake. La potenza visionaria delle sue incisioni e dei suoi acquerelli che hanno perlustrato l’universo più oscuro della Bibbia, di Dante e di Milton, è talmente unica, da essere stato spesso considerato un anticipatore delle avanguardie novecentesche. Questo artista e pensatore ribelle, nato alla metà del Settecento, intendeva ribaltare con le sue invenzioni provocanti l’intero sistema dell’arte, della società e della religione del suo tempo. Il suo è stato un originalissimo percorso d’evasione in un territorio assolutamente privato di nuovi miti, una oscura cosmologia abitata da fiere e creature mostruose. Era il suo modo di dar voce agli inquietanti interrogativi che poneva un mondo scosso da mutamenti radicali, seguiti alle due rivoluzioni americana e francese cui guardò con grande interesse.

Del resto il passaggio dal XVIII al XIX secolo aveva rappresentato nella storia dell’umanità una svolta davvero epocale. Scossa drammaticamente dalle sue fondamenta, la società era cambiata velocemente, determinando un mutato atteggiamento nei confronti della vita in generale. Tutto questo si traduceva in una diversa concezione e in un atteggiamento profondamente nuovo nei confronti dell’arte. I fatidici eventi politici, che erano stati favoriti dall’ideologia egualitaria e democratica dell’illuminismo, stavano cambiando un mondo il cui punto di riferimento divenne il pensiero di Kant. Esso ha rappresentato una delle svolte intellettuali determinanti, forse la più decisiva dopo la Riforma protestante, per la civiltà occidentale.


William Blake, Nabucodonosor (1795-1805 circa); Londra, Tate.

Il filosofo di Königsberg aveva sancito con il principio della “relatività” una concezione rivoluzionaria della realtà. Una realtà che, come andava dimostrando l’incalzare di avvenimenti sconvolgenti, era in continuo e inarrestabile mutamento. Di conseguenza andava mutando in maniera irreversibile anche la natura del bello e si affermava una concezione nuova destinata a rimanere quella dell’età contemporanea. L’arte veniva riconosciuta come mezzo privilegiato di comunicazione e di espressione, ma non più basata su una sola e univoca bellezza, fondata sull’imitazione e la idealizzazione della natura, e su regole che, pur se diversamente interpretate, erano sempre state considerate valide per ogni tempo e luogo. A questa universalità veniva sostituendosi una bellezza relativa, cioè non più assoluta, ma mutabile, relativamente a situazioni storiche e geografiche differenti. Un relativismo che finirà con l’essere determinato addirittura dai singoli individui e situazioni.

Il neoclassicismo, quale si era affermato nella seconda metà del XVIII secolo, era stato uno stile fondamentalmente omogeneo che si era espresso in forme non troppo diverse in contesti e nazioni differenti, configurandosi come un linguaggio ancora profondamente legato alla lunga tradizione classicista che dal Rinascimento in poi l’aveva preceduto. Del resto gli storici dell’arte anglosassoni, che sono stati i primi a occuparsi della civiltà neoclassica come poi di quella romantica, lo hanno definito con il termine di “International Style”, che potremmo tradurre meglio con l’aggettivo “cosmopolita”.

L’aspirazione dell’artista neoclassico è stata quella di riformare le norme tradizionali, nella ricerca di una bellezza morale che avesse un valore civile; mentre l’artista romantico, per sua natura individualista, finirà con il ribellarsi alle regole e alle gerarchie. In particolare ha voluto scardinare la gerarchia accademica dei generi e cambiare le regole all’interno di un genere stesso, per fare dell’arte uno strumento di conoscenza e approfondimento della realtà.


Johann Heinrich Füssli, Titania e Bottom (1790 circa); Londra, Tate.

Con un’accelerazione, impensabile nei secoli precedenti, sono mutate profondamente la geografia e il sistema delle arti. Rispetto a uno scenario internazionale omogeneo, per cui due protagonisti come l’ancora barocco Giambattista Tiepolo e il neoclassico Antonio Canova avevano realizzato le loro opere per le destinazioni più diverse, tra Milano e Würzburg, Londra e Washington, si assisteva all’orgogliosa affermazione delle scuole nazionali, a loro volta frammentate in orientamenti, schieramenti distinti.

La grande novità è che il fruitore, cioè il pubblico identificato romanticamente nel popolo, può scegliere, a seconda delle proprie inclinazioni individuali o schieramento politico o appartenenza di classe, le forme d’arte e l’artista da cui si sente meglio rappresentato. È proprio il pubblico a diventare protagonista, costituendo il vero cardine intorno a cui ruota il nuovo sistema delle arti. Prima questo sistema era basato soprattutto sui committenti, cosa che aveva finito con il condizionare il margine di libertà, l’autonomia degli artisti. Dopo la crisi, determinata dai rivolgimenti politici, delle corti e di quelle classi, l’aristocrazia e il clero, che avevano costituito le fondamenta dell’Antico regime ed erano state i committenti tradizionali, l’iniziativa passava decisamente nelle mani dell’artista. Rivendicava a sé l’ideazione e l’esecuzione di un’opera, da proporre ai potenziali clienti, sempre più individuati in quel ceto dei nuovi ricchi, spregiudicate figure di mercanti, imprenditori, finanzieri, politici rampanti, che andavano costituendo l’ossatura di una società profondamente mutata.
Verranno sempre più alla ribalta come nuovo e quasi esclusivo scenario dell’arte le esposizioni dove sarà ancora l’artista a fiutare, spesso con la mediazione della critica, il gusto dei collezionisti e del pubblico, proponendo le novità destinate a creare il caso, o addirittura lo scandalo, o a fare tendenza. Sono state proprio queste nuove dinamiche, basate sulle richieste del mercato dell’arte e sulle attese del pubblico, a determinare una inedita geografia culturale, dove sono venute alla ribalta le nazioni economicamente e politicamente più evolute, come l’Inghilterra, alcuni stati della Germania, la Francia, la Danimarca, e per l’immenso Impero austriaco il nostro Lombardo-Veneto. Anche se Roma continuava a essere celebrata come la capitale universale delle arti, e utilizzata come l’Accademia del mondo per chi ancora credeva nel valore perenne dell’antico e della classicità, adesso Londra, Parigi, Lione, Copenaghen, Amburgo, Berlino, Monaco di Baviera, Milano, San Pietroburgo diventarono i nuovi laboratori del bello, al posto delle grandi città d’arte decadute come Firenze, Venezia, Napoli, Madrid e Anversa. In questo scenario mutevole l’Italia, economicamente e politicamente decaduta, ha visto ridimensionato il suo primato culturale, con lo scettro che è passato ad altre nazioni. Ma se questo vale nel campo della letteratura e delle arti figurative, non riguarda invece la musica che grazie al trionfo del melodramma, a protagonisti come Rossini, Cherubini, Paganini, Bellini, Donizetti, Verdi, ha imposto a tutto il mondo un linguaggio diventato, e rimasto ancora oggi, universale.

ROMANTICISMO
ROMANTICISMO
Fernando Mazzocca
Tra Sette e Ottocento si afferma in Europa un movimento che, singolarmente, non dà origine a uno stile o a un linguaggio comuni; piuttosto a un’idea dell’arte, e soprattutto dell’artista come individuo assolutamente libero nel suo mondo creativo. È un’affermazione di portata rivoluzionaria: l’artista è un genio fuori da ogni regola, e questo spiega le differenti impostazioni e le varianti nazionali, individuali, le correnti che caratterizzano il romanticismo. Goya, Turner, Blake, Constable, Runge, Friedrich, Ingres, Géricault, Delacroix, Hayez hanno radicalmente mutato il nostro modo di guardare la natura e l’arte. Tra le molte rotture epocali che hanno movimentato l’estetica occidentale il romanticismo è quella che ancora oggi più ci coinvolge.