SULLE ROTTE DEI VENTIL’ARTE DEL NAVIGARE

Quando l’Oceania non aveva un nome, e l’Occidente non ne conosceva l’esistenza, migliaia di anni fa, l’immensa distesa d’acqua del Pacifico era un mare senza confini.

Ignoto e invisibile agli occhi degli europei. 

A scoprirlo non furono loro, che vi si “affacciarono” agli inizi del XVI secolo. Allora gli spagnoli si vantarono di aver scoperto il «Mar del Zur» (Sud), dato che nel 1513, dall’istmo di Panama, Vasco Nuñez de Balboa aveva avvistato un «grande mare». Era sulle tracce di un ipotetico oceano verso sud, e forse fu davvero il primo fra gli europei ad ammirarlo, seppure dall’alto di una collina. Tuttavia lo fece su indicazione di un nativo di Panama. Loro “sapevano”, e da tempo, dell’esistenza, oltre l’istmo, di quella vasta distesa d’acqua di mare (o era un grande lago?). Anni dopo, il 28 novembre 1520, l’italiano Vincenzo Pigafetta, cronista di bordo al seguito di Magellano, annotava che le navi della loro spedizione, dopo aver scoperto lo stretto poi battezzato “di Magellano”, si erano avviate finalmente verso «un oceano pacifico». Allora il navigatore capì che era un nuovo oceano e non un lago, ma lo calcolò largo non più di mille miglia. Quale errore... 

Un diverso e più consapevole punto di vista, per così dire, avevano manifestato, migliaia di anni prima, i Lapita, partendo però da sudovest. Sono loro i diretti antenati degli islanders del Pacifico, termine, questo, fra i più corretti (Thomas 2010), meno efficace però nella traduzione italiana di “isolani”.


incisione da un disegno di John Webber, Tereoboo (Kalani‘o¯ pu‘u), re di Owyhee, va incontro al capitano Cook (isola di Hawai’i, febbraio 1779, il disegno originale).


Taputapuatea, fin dalle origini il marae (recinto sacro) più venerato e visitato da tutti i popoli della Polinesia; Ra’iatea (isole della Società).

Intrepidi popoli migratori, i Lapita non hanno lasciato tracce di loro canoe o del sartiame, che avrebbe potuto spiegarci come le loro imbarcazioni fossero governate. Comunque, il loro appellativo si deve agli archeologi che scoprirono, intorno alla metà del secolo scorso, il sito di Lapita Beach nella penisola di Foué in Nuova Caledonia. Proprio in questa grande isola che con la sua baia suggestiva dà il nome agli antenati dei popoli dell’Oceania, oggi si ammira il più affascinante, moderno complesso culturale del continente, fra i più spettacolari del mondo. Lo ha progettato Renzo Piano ai bordi della laguna, nel rispetto delle tradizionali capanne della etnia kanak di Nuova Caledonia. Esemplare conferma, questa, di come anche nel Pacifico la tradizione possa sposarsi con tecnologie d’avanguardia attente all’ecosistema. 

Ma torniamo a Lapita Beach. Nella zona orientale della baia è stato rinvenuto un primo deposito di ceramica.


Renzo Piano Building Workshop, Centro culturale Jean-Marie Tjibaou (1998); Nouméa (Nuova Caledonia).


Takaronja Kuautonga, archeologo del centro culturale di Vanuatu, restaura i frammenti di una ceramica lapita di tremila anni fa, rinvenuta a Vanuatu (Sidney, Australian Museum, 14 marzo 2006).

I reperti, databili all’incirca al 1200 a.C. col radiocarbonio C, appartengono alla stessa tipologia di ceramiche prodotte a nordovest, nelle Filippine, circa cinquecento anni prima, cioè tremilacinquecento anni fa. Altri più vicini nel tempo sono stati rinvenuti nell’isola di Efaté (Vanuatu) da un team di archeologi australiani diretti da Matthew Spriggs. Sono frammenti, ma mostrano raffinate incisioni geometriche simili a quelle che i polinesiani utilizzeranno per i loro tatuaggi simbolici, e anzi pare che loro stessi praticassero quest’arte. 

Di recente, frammenti di ceramica della medesima epoca sono stati trovati sulle alture della baia, assieme a grandi conchiglie che confermano come il sito sia stato abitato a lungo, e da tempi remoti. Dall’alto, guardando verso la passe (l’apertura navigabile che permette il passaggio oltre la barriera corallina) si capisce che la prima piroga a entrare nella baia fosse guidata da esperti rematori. Perfino ai nostri tempi un velista o un canottiere deve essere molto abile per entrare o uscire da una passe, scegliendo il giusto riflusso della corrente. Reperti simili sono stati poi scavati in centinaia di altri siti, in una vasta area del Pacifico (oltre tremilacinquecento chilometri quadrati), da Santa Cruz a Vanuatu, Fiji, Tonga, Samoa. Ogni anno nuove scoperte rimettono in discussione il primato di una terra su un’altra: quale fu la prima isola, quale il primo arcipelago abitato? Non è il caso di addentrarsi qui in questioni di micro (o macro) cronologia. 

Anche se non sappiamo con precisione a quali etnie il popolo lapita appartenesse, da dove venisse né come fosse giunto nelle isole del «grande mare», archeologi come Geoff Irwin (Auckland University) concordano sul fatto che i Lapita avevano imbarcazioni capaci di affrontare imprese oceaniche. Non avevano carte per registrare il percorso, non possedevano metalli né strumenti per misurare il tempo.


Sidney Parkinson, Capo maori con mokoro (tatuaggio facciale), disegno eseguito durante il primo viaggio del capitano Cook (1769 circa); Londra, British Library.


Marchesano con tatuaggi (XIX secolo). Il rito del tatuaggio in Oceania è antichissimo. Pare lo praticassero già i Lapita dal momento che vicino a molti frammenti delle loro ceramiche sono state rinvenute le tipiche bacchette che si usano per i tatuaggi.

Irwin ha testato le sue ipotesi con simulazioni al computer di modelli demografici ed esplorativi, e ha navigato lui stesso. 

Ne ha dedotto che anziché sottovento in modo casuale, i Lapita si fossero mossi controvento alla ricerca dell’ignoto, senza alcuna conoscenza preliminare della geografia del Pacifico. In tal modo erano sicuri di far ritorno verso ovest col favore dei venti, qualora necessario. Andarono avanti, comunque, sempre più a est e a sud. Via via i loro metodi di navigazione progredirono, tanto che nelle Marshall idearono delle “carte nautiche”con bastoncini e conchiglie, a segnalare le correnti e le isole. Ma da dove venivano? Pare che fra cinquantamila e trentamila anni fa, nel corso dell’ultima era glaciale, gruppi di Homo sapiens avessero abbandonato le coste dell’Asia sudorientale. Erano partiti da quella che allora costituiva una piattaforma continentale - nota come Sunda e comprendente l’attuale Indonesia e le Filippine -, per navigare verso un’altra grande massa terrestre - Sahul - che incorporava i territori oggi corrispondenti ad Australia, Tasmania, Nuova Guinea, Nuova Britannia, Nuova Irlanda. Non è rimasta traccia materiale di questa più remota fase della civiltà oceaniana, ma pare che tali abili navigatori avessero attraversato la linea di Wallace, canale di acque profonde fra Sunda e Sahul, con imbarcazioni di bambù o corteccia. Le coste di Sahul, dove dovevano trovarsi i primi insediamenti, sono sommerse all’incirca dal 16.000 a.C., quando il riscaldamento climatico determinò l’attuale conformazione dell’Oceania, separando via via le terre in miriadi di isole. Un nuovo flusso di migrazioni sarebbe avvenuto verso il 2500 a.C. I dati sul clima ricavati dai coralli a crescita lenta e dai sedimenti di laghi alpini in America del Sud spiegano questa seconda ondata di navigatori: un’etnia austronesiana avrebbe lasciato Taiwan per popolare le ormai conformate isole Filippine e l’Indonesia, poi verso sudest le coste di Nuova Guinea e l’arcipelago Bismarck. Resta il fatto che alcune zone di Papua Nuova Guinea e delle isole a nord di questa erano abitate da popoli evoluti almeno tremilacinquecento anni fa. Lo testimonia il più sbalorditivo frammento superstite (circa 1500 a.C.), la cosiddetta Pietra di Ambum

La figura zoomorfa, alta 19,8 centimetri, scolpita in una roccia magmatica, testimonia un alto livello di levigazione della pietra e uno spiccato senso naturalistico. 

Fu rinvenuta negli altipiani occidentali di Papua Nuova Guinea, fra i fiumi Ambum e Lai, nel territorio degli Yambu della regione Mae-Enga. Forse raffigura un armadillo o l’embrione di un’echidna dal lungo becco. La lunga curva e la forma della testa somigliano al mammifero della famiglia dei monotremi, che mangia formiche ed è oviparo. Che ruolo aveva quest’oggetto? Era legato a riti di fertilità? O era usato come pestello da mortaio? Altri mortai e pestelli trovati in Papua Nuova Guinea appaiono modellati in forma di uccelli, uomini e altri animali. Qualunque fosse la sua funzione, chi lo scolpì, in termini moderni, merita il nostro appellativo di “artista”, anche se questo termine, come si vedrà, non esiste nelle lingue polinesiane. Di fronte alla scultura di Ambum si rimane affascinati dall’accucciarsi di questo animaletto, piegato in avanti (sta deponendo le uova? È appena uscito dal guscio?) e da quegli occhi spalancati, fra il curioso e lo spaventato. 

Lasciamo adesso Papua Nuova Guinea. Secondo Irwin la vera avventura dei predecessori degli islanders del Pacifico avvenne a tutti gli effetti solo dopo essersi spinti oltre, fino all’estremità orientale delle Salomone. Quello era stato solo l’inizio di un lunghissimo peregrinare nell’oceano. Finiva lì, per loro, il mondo conosciuto. 

Cosa c’era oltre? Attorno al 1300 a.C. (data approssimativa), per almeno centotrenta miglia nautiche i Lapita dovettero dunque cominciare a navigare verso est, in senso contrario agli alisei, senza terra in vista. 

Lasciate alle spalle le Salomone, approdarono dopo trecento miglia alle Santa Cruz. Verso il 1200 a.C. raggiunsero le Vanuatu, e subito dopo le Fiji. 

Si spostarono poi verso le Samoa a nordest e le Tonga a sudest, infine raggiunsero le Cook, per poi dirigersi più a oriente, verso le isole della Società, le Tuamotu, le Marchesi, e all’estremo sud la Nuova Zelanda, fino a Rapa Nui a est e le Hawaii a nord. Entro il 1000 d.C. pare fossero sbarcati anche in America del Sud. 

Ricordiamo ancora cosa annotò il capitano Cook, quando raggiunse Rapa Nui nel marzo del 1774: «È straordinario che la stessa Nazione, con le stesse lingue e costumi, si sia propagata su tutte le isole di questo vasto oceano, quasi una quarta parte della circonferenza del globo, dalla Nuova Zelanda a quest’isola». In Nuova Zelanda il termine māori (ma‘o‘i in tahitiano) significa “normale” “autoctono”, “indigeno”. Fu dunque all’incirca fra il 1300 a.C. e il 1000 d.C. che questi popoli diventarono “autoctoni”, e si distinsero nelle lingue, comunque simili fra loro perché sviluppate da un medesimo ceppo austronesiano, tranne quelle parlate in Papua Nuova Guinea.


La Pietra di Ambum (1500 a.C. circa), da Ambum Valley, Western Highlands Province, Papua Nuova Guinea; Canberra, National Gallery of Australia.


Tupaia, Mappa delle isole della Società con Tahiti al centro (Tahiti, luglioagosto 1769); Londra, British Library.

A Tahiti e in Nuova Zelanda, oceano si dice moana, il grande mare (e si usa anche per indicare un grande lago); i samoani lo chiamano vasa, i tongani tahi, all’isola di Pasqua è vai kava. Comunque lo si chiami, quel mare è il comune denominatore delle tre epoche “globali” (Thomas 2018), ossatura della storia dell’Oceania, ovvero: scoperta e insediamento nel Pacifico, che determinò la genesi delle attuali culture indigene; incontro con la civiltà europea, con il conseguente fenomeno del colonialismo e dell’imperialismo (temi affrontati nel mio Mari del Sud)(2); processo di “decolonizzazione”. 

Nel corso del suo primo viaggio nel Pacifico, James Cook imbarcò sulla Endeavour un uomo di straordinario acume e conoscenza della sua terra (fenu’a, che vuol dire anche isola). Era di Ra’iatea, l’isola sacra per eccellenza, l’isola col marae, il recinto sacro più importante, usato per le cerimonie e visitato ogni anno per scopi che in termini occidentali potremmo chiamare di pellegrinaggio. Tupaia, questo il suo nome, era un sacerdote, un abile disegnatore, e seppe tracciare a memoria uno schizzo con la mappa di decine di isole, i cui nomi dettò poi a Cook, che li trascrisse in un foglio insieme ad altri disegni dello stesso Tupaia, preziose testimonianze di usi e costumi tahitiani. 

Se l’acqua è il comune denominatore, lo sono in ugual misura le imbarcazioni: canoe veloci e leggere, spesso scavate in un unico tronco d’albero, ma in grado di ospitare decine di persone, in taluni casi anche cento, forse oltre. Senza strumenti di navigazione, con queste barche gli islanders erano capaci di seguire le correnti, avvertire il mutamento dei venti, il moto degli astri nel cielo notturno dominato dalla inconfondibile Croce del Sud, e in tal modo procedere fino a cento miglia per volta senza intravedere né profili di coste lasciate alle spalle né alcuna terra o il benché minimo atollo all’orizzonte. 

Nell’immensa vastità del mare aperto talvolta avvistavano i fumi dei più alti crateri delle isole vulcaniche. Seguivano la linea retta di certi uccelli migratori, oppure percepivano la giusta rotta distinguendo le nuvole, più o meno lunghe a seconda della vicinanza alla terraferma. Attorno alla costa il mare cambia colore e questa diversa intensità si riflette nel cielo. Da qui forse viene il significato del toponimo maori di Nuova Zelanda: Aotearoa, “la terra dalla lunga nuvola bianca”. Talvolta portavano con sé dei maialini, che col loro olfatto “annusano” terra a quaranta miglia di distanza, e nuotano benissimo. Ancora oggi - alle Cook, alle Tonga, alle Samoa - si vedono entrare in acqua, pronti a pescare, oppure trotterellare liberi per strada, o al guinzaglio, a lato di un ciclista, alla stregua di fedeli cagnolini.


Towitara Buyoyy, Lagimu (volto del sole), particolare delle decorazioni del pannello di prua, posto di traverso all’asse della canoa cerimoniale Sopakarina, costruita e decorata verso il 1970 a Kitawa nelle isole Trobriand (arcipelago Marshall, Papua Nuova Guinea); Roma, Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini.


Una tipica canoa del Kula ring (circuito del dono); Kitawa, Trobriand, arcipelago Marshall (Papua Nuova Guinea).

(2) G. Fossi, Mari del Sud. Artisti ai Tropici dal Settecento a Matisse, fascicolo monografico allegato ad “Art e Dossier”, n. 279, luglio-agosto 2011.

Quando Bougainville arrivò, il 3 maggio 1768, in vista dell’arcipelago di Mau’ alle Samoa, gli vennero incontro in un baleno decine di canoe. Ignorarono gli squali che giravano attorno, e se si avvicinavano, li cacciavano con una lancia infilata in una larga pagaia. Rimasero impressionati, i francesi, nell’osservare che andavano due volte più veloci delle loro navi, e incrociavano le onde a zig zag. 

Nell’isola di Savai’i, la più grande delle Samoa, sono ancora in uso piccole, leggere piroghe a bilanciere identiche a quelle raffigurate alla fine del Settecento dagli artisti al seguito dei navigatori europei. 

Ed è uno spettacolo vedere i pescatori scivolare leggeri su queste canoe, poi fermarsi in circolo, aspettare di tirare su il pescato, e poi vedere le barche, ormai immobili e solitarie nella laguna, al tramonto. Alle Samoa e nelle isole della Società le canoe si chiamano va’a, alle Cook vaka, a Rapa Nui vaka vaka. Se a Savai’i si è ancora legati ai materiali tradizionali, in isole più globalizzate e popolate ci si prepara ogni anno a competizioni internazionali come la Molokai hoe (Hawaii) o l’Havaiki nui va’a (isole della Società), e ci si allena su piroghe ancora a bilanciere, ma in materiali plastici. Alle Cook capita d’incontrare uomini e donne al lavoro per costruire enormi vaka di legno, sul modello di quelle a doppio scafo, simili ai nostri catamarani, con i quali affronteranno, in memoria degli antenati, una lunghissima traversata, la Vaka moana, il “rinascimento della navigazione tradizionale”, orgoglioso recupero di antiche tradizioni.


Canoe a bilanciere al tramonto nella baia di Matavai; Savai’i (Stato indipendente di Samoa).

Navigare è un’arte, ma anche costruire le imbarcazioni. In Papua Nuova Guinea Giancarlo Scoditti ha studiato nell’isola di Kitawa (Trobriand, Marshall Group), i canti legati alla canoa cerimoniale che percorre scambi rituali fra varie isole dell’area del Massim. Questo sistema di scambi si chiama Kula ring, ed è effettuato attraverso una navigazione circolare fra le isole. 

Grandi canoe a bilanciere, lunghe fino a dodici metri, sono decorate all’estremità con tavole di legno intagliato, scolpito, inciso e dipinto a colori vivaci, secondo un preciso schema decorativo che pare corrispondere anche al mito ancestrale moniki-moniki della divina canoa volante. 

Lo scambio rituale lega dunque uomini di diverse isole, e queste spedizioni avvengono periodicamente, con solenni cerimonie. 

Chi partecipa al kula scambia bracciali mwari con coloro che abitano le isole a occidente rispetto alla propria, e collane vaiguwa con quelli che vivono a est. Nel corso dello scambio si svolgono lunghissimi dialoghi rituali, e si ricercano, a gara con gli altri, espressioni poetiche ed espressioni linguistiche raffinate. Dunque chi partecipa al kula è un esperto navigatore, un poeta e un raffinato oratore. Formule sonore sono pronunciate anche durante le fasi di lavorazione della canoa e nel rito d’iniziazione al mestiere d’incisore: un’arte, a tutti gli effetti. E poi, si recita durante la navigazione rituale. Scoditti ha spiegato che alcune formule (Mwasila moniki-moniki) hanno una valenza d’incredibile forza evocativa che permette di compiere il rito sotto i migliori auspici, e chi riesce a stabilire più contatti ottiene bracciali e collane più belle, e acquista prestigio e notorietà.


Incisione da un disegno di John Webber, Sacerdoti hawaiani incrociano la baia di Kealakekua per il primo incontro con le navi del capitano Cook (isola di Hawai’i, febbraio 1779 il disegno originale).


Coccodrillo con testa umana, grande coppa cerimoniale per cibo (prima del 1891), particolare, dal villaggio di Kaligomgu, laguna di Roviana (isole Salomone); Londra, British Museum.

ARTE DELL'OCEANIA
ARTE DELL'OCEANIA
Gloria Fossi
Le culture dell’oceano Pacifico si sono sviluppate per millenni in assoluta autonomia rispetto al resto del mondo. Fino a quando, alla fine del XVIII secolo, i viaggi di Cook non hanno rotto quell’incantesimo e aperto la strada alla colonizzazione occidentale. Una galassia di isole che va dalle Hawaii all’isola di Pasqua – con i suoi grandi moai monolitici –, alla Polinesia e alla Nuova Zelanda. Una cultura affascinante che rivela tratti comuni nonostante le distanze apparentemente incolmabili tra isola e isola. Un popolo che elabora in autonomia una produzione artistica dai caratteri originali, nell’uso dei materiali (legno, stoffa, pietra), nella destinazione d’uso, prevalentemente magico-rituale, nel simbolismo di base dei soggetti.