Grandi mostre. 6
RODIN A MILANO

SALTI,
VOLTEGGI, ACROBAZIE

NEL PIENO DELLA MATURITÀ, RODIN, POCHI ANNI PRIMA DI MORIRE, CREA UNA SERIE FONDAMENTALE DELLA SUA PRODUZIONE, MOVIMENTI DI DANZA, FRUTTO DI UN LAVORO ARTICOLATO, SCANDITO DA UN LUNGO PROCESSO DI RICERCA, RIFLESSIONE E DA UNA FORTE PASSIONE. OGGETTO DI INTERESSE DA PARTE DI ESPERTI E STUDIOSI, IL CICLO È PER LA PRIMA VOLTA VISIBILE IN ITALIA NELLE SALE DEL MUDEC. APPROFONDIAMO QUI L’ARGOMENTO CON UNA DELLE CURATRICI DEL PROGETTO ESPOSITIVO.

Aude Chevalier

Nel 1919 aprì le porte al pubblico il Musée Rodin, dedicato all’opera dello scultore francese Auguste Rodin, situato nell’Hôtel Biron a Parigi. Nel 1916, tre donazioni fatte dall’artista e accettate dalla Camera dei deputati il 25 dicembre dello stesso anno fecero del museo il suo erede; il lascito comprendeva il suo atelier, le sue collezioni, i suoi archivi e i beni della sua casa di Meudon. Una raccolta di incomparabile ricchezza, fonte di studio e approfondimento. Il patrimonio dell’atelier ha, infatti, portato alla riscoperta di sculture e disegni che Rodin non aveva mai esposto o di cui si era parlato poco mentre l’artista era in vita. Tra questi lavori si trovano alcuni “assemblaggi”(1) costituiti da figurine in gesso o terracotta unite a vecchie ceramiche, spesso antiche, che egli collezionava. Nel “segreto” del suo laboratorio(2), l’artista non conservava unicamente composizioni “leggere” ma anche alcune creazioni “complesse” su cui desiderava proseguire la sua riflessione, mai uscite dall’atelier prima della sua morte. È il caso della serie Movimenti di danza. Per le opere di questo ciclo, sappiamo che la modella raffigurata in varie posizioni è stata la ballerina-acrobata Alda Moreno. I suoi lineamenti sono volutamente cancellati per spostare l’attenzione sul dinamismo del corpo in movimento.

La resa della silhouette ha la precedenza sui dettagli anatomici; un aspetto che ritroviamo nei disegni dello scultore. L’unica testimonianza dei Movimenti di danza risalente a quando l’artista era ancora in vita si trova nel diario del conte Harry Kessler (1868-1963), collezionista e critico d’arte vicino a Rodin, che li cita in due occasioni, il 27 maggio e il 1° luglio 1911. In entrambe le annotazioni, il nobile rivela la forte impressione provata di fronte alle immagini danzanti, plasmate da un autore pienamente padrone delle sue capacità, giunto al crepuscolo della sua esistenza. Lo scultore morirà sei anni dopo, il 17 novembre 1917.

Com’era sua abitudine, Rodin lavorava “a tappe”: gli occorrevano diverse versioni della stessa opera per ottenere quella o quelle che considerava finite. La serie dei Movimenti di danza, come l’aveva vista il conte Kessler nel 1911, era così un lavoro in corso.


Movimento di danza I con testa della Donna slava, (1911), Parigi, Musée Rodin, come tutte le altre opere qui riprodotte.


Danzatrice cambogiana detta “piccola Gloria su una colonna” (1906);


Nudo femminile di profilo rivolto a destra (1903-1905).


Danzatrice cambogiana di profilo rivolta a sinistra (1906).

La letteratura esistente dimostra la costante attenzione tra gli storici dell’arte nei confronti del rapporto di Rodin con la danza, con particolare riferimento al ciclo già citato. Al momento dell’apertura del Musée Rodin, tre figure della serie furono esposte da Léonce Bénédicte, primo curatore del museo, con il titolo Studi di movimenti (da una danzatrice). Un titolo che rimase tale fino a quando negli anni Sessanta, su iniziativa di Cécile Goldscheider, direttrice del Musée Rodin, fu cambiato con il definitivo Movimenti di danza. Nello stesso periodo, in occasione di una mostra, Goldscheider descrisse le stesse sculture come «le sue opere più interessanti dopo l’esplosione del Balzac, vertice dell’energia creativa» dell’artista.

Inoltre, associò i lavori del ciclo ai disegni di Rodin raffiguranti le danzatrici cambogiane del 1906 o le ballerine che egli frequentava regolarmente a Parigi. La studiosa fu una delle prime a dedicare una ricerca esclusivamente al tema della danza, pubblicando nel 1963 un articolo(3), seguito nel 1968 da un libro su una serie di ventiquattro disegni di ballerine eseguiti dall’artista(4). Negli anni Novanta, inoltre, lo storico e critico d’arte americano Leo Steinberg destinò un’intera sezione del suo saggio Le retour de Rodin ai Movimenti di danza(5), esprimendo la sua ammirazione per tali creazioni, che secondo lui incarnavano «l’essenza della danza».

Negli anni Duemila nuove mostre e ricerche hanno esaminato l’interesse di Rodin per le danze extraeuropee e per le ballerine cambogiane, protagoniste di circa centocinquanta disegni – alcuni dei quali vennero poi colorati dall’autore ad acquerello –, contenuti in uno specifico volume(6). Ricordiamo anche un libro che indaga il poco noto interesse dell’artista per le rappresentazioni di Shiva, il dio indù della danza(7). Un contributo fondamentale, inoltre, è stato offerto dai cataloghi delle mostre più recenti realizzate tra il 2016 e il 2018: l’una alla Courtald Gallery di Londra, l’altra al Musée Rodin(8).

Merita anche richiamare l’attenzione sul fatto che l’artista sia stato un assiduo frequentatore di teatri e interessato a mantenere, come dimostra la vivace corrispondenza, rapporti con ballerine di provenienza diversa quali per esempio Loïe Fuller (1862-1928). La danzatrice, di origine americana, la possiamo vedere ritratta in abiti leggeri dove l’agitare incessante dei veli si combina con uno studiato accompagnamento di luci. Tuttavia, se Rodin ebbe numerosi scambi con Fuller, non fu tanto per la sua carriera di danzatrice, ma soprattutto perché lei era diventata l’impresaria di molti artisti stranieri che lo scultore desiderava incontrare, come Hanako o Isadora Duncan. Rodin e Fuller condividevano, peraltro, una curiosità divorante per il mondo circostante e una passione per tutte le forme d’arte.


Architettura (1910-1913).


Movimento di danza A con testa della Donna slava (1911);


Movimento di danza D con testa della Donna slava (1911).

La fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento videro lo sviluppo di grandi esposizioni internazionali, tra cui quelle coloniali. Parallelamente alle mire espansionistiche degli imperi, in Occidente si sviluppò e si affermò il gusto per l’“altrove”.

L’orientalismo si diffuse non solo attraverso le belle arti, ma anche attraverso le arti dello spettacolo, e la danza non fece eccezione. La coreografa americana Ruth Saint-Denis (1879- 1928) e l’armena Armène Ohanian (1887-1976) scambiarono idee con Rodin. Entrambe lavoravano a partire da una visione fantasiosa dell’Oriente, che permetteva loro di rinnovare le influenze del balletto tradizionale attingendo movimenti da un repertorio diverso da quello occidentale.

L’interesse di Rodin per i luoghi “altri” si riflette in diversi aspetti della sua produzione. Lo testimoniano, come abbiamo già rilevato, i disegni dedicati alle danzatrici cambogiane o i ritratti dell’attrice giapponese Hanako.

L’atelier di Rodin era un luogo di socialità intellettuale e artistica, mentre la sua opera era sinonimo di modernità e di rottura con le convenzioni accademiche. Sono le varie ballerine che abbiamo citato a chiedere di vedere lo scultore, desiderose di avere un primo contatto con lui; ma l’interesse in realtà era reciproco. Rodin assisteva alle loro esibizioni traendo ispirazione per le sue opere e stimolo per elaborare le sue idee.

Per le ballerine, frequentare Rodin aveva una valenza economica, poiché ogni loro seduta di posa veniva pagata. Dell’incontro di Rodin con Alda Moreno, modella come sopra detto del ciclo Movimenti di danza, e soprattutto dei loro rapporti si sa poco. La «piccola modella» – come la chiamava il suo compagno e scultore Jules Desbois (1851-1935) – o Noémie Chevassier (questo il suo vero nome), compare per la prima volta negli archivi del Musée Rodin in una nota del segretario dell’artista, René Chéruy, nel 1903. Tuttavia, solo nel settembre 1910 le sedute di posa di Moreno nello studio dello scultore divennero regolari, protraendosi fino alla fine del 1913.

Ogni figura in terracotta della serie è stata oggetto di un lungo studio e il processo di creazione talvolta ha comportato anche uno o più disegni. Per esempio, sebbene vi siano diversi parallelismi tra il Movimento di danza A e due disegni presenti in mostra, o tra il Movimento di danza D e il disegno dell’Architettura, nessuna delle sculture ora esposte al Mudec (Rodin e la danza, fino al 10 marzo) è stata realizzata unicamente a partire da un solo modello.

Nei Movimenti di danza, legati, come detto all’inizio, all’ultimo periodo di Rodin, e prodotti circa dieci anni dopo il Balzac, l’autore sembra continuare a privilegiare l’espressione rispetto al dettaglio. Tuttavia, quest’ultimo ciclo, nella versione grafica o in quella scolpita, non è semplicemente una prosecuzione di quanto fatto in precedenza; in verità, esso è il risultato di una riflessione molto vasta e articolata, condotta dall’artista nel corso di parecchi anni e basata su un’ampia raccolta di svariati riferimenti visivi. Se i disegni ne costituirono la prima fase, le figure rappresentano il culmine di questa intensa elaborazione creativa, su cui Rodin, come riferì al conte Harry Kessler, si era concentrato a lungo.


Questo testo è un estratto-sintesi del saggio di Aude Chevalier, Rodin e i Mouvements de danse: una storia dai molti aspetti, pubblicato nel catalogo della mostra Rodin e la danza (Milano, Mudec - Museo delle culture, 25 ottobre 2023 - 10 marzo 2024), a cura du A. Chevalier, E. Cervellati e C. Natali, Milano 2023.


Loïe Fuller mentre danza (1900 circa).


I LINEAMENTI DELLA MODELLA SONO VOLUTAMENTE CANCELLATI PER SPOSTARE L’ATTENZIONE SUL DINAMISMO DEL CORPO IN MOVIMENTO

Rodin e la danza

a cura di Aude Chevalier, Elena Cervellati e Cristina Natali
in collaborazione con il Musée Rodin di Parigi
Milano, Mudec - Museo delle culture
fino al 10 marzo
orario lunedì 14.30-19.30; martedì, mercoledì, venerdì e domenica
9.30-19.30; giovedì e sabato 9.30-22.30; chiuso il martedì
catalogo 24 Ore Cultura
www.mudec.it

ART E DOSSIER N. 417
ART E DOSSIER N. 417
Febbraio 2024
Le mostre in evidenza in questo numero sono: STORIE A STRISCE: Benito Jacovitti - I primi cent’anni di Lisca di pescedi Sergio Rossi; CAMERA CON VISTA: Made in Japan (Ritorno a Tokyo) di Luca Antoccia; I MESTIERI DELL’ARTE: Un’identità autonoma e diffusa di Marcella Vanzo. Gli approfondimenti di questo numero:GRANDI MOSTRE. 1: Munari a Verona - Un anti-elitario per eccellenza di Luca Zaffarano; GRANDI MOSTRE. 2: Weegee a Parigi- Identi(kit) di due anime di Francesca Orsi