Luoghi da conoscere. 2
CONEGLIANO E DINTORNI

DA CIMA A FONDO

NOTA PER AVER DATO I NATALI A GIOVANNI BATTISTA CIMA, CONEGLIANO (TREVISO) – DOVE SONO RIMASTE POCHE OPERE DEL PITTORE RINASCIMENTALE – OFFRE, INSIEME AL TERRITORIO LIMITROFO, PERCORSI SUGGESTIVI IMMERSI NELLA NATURA E SCANDITI DA ARCHITETTURE DI NOTEVOLE IMPORTANZA STORICO-ARTISTICA.

Marta Santacatteriina

Ai piedi delle Prealpi trevigiane, immersa in un incantevole paesaggio, sorge la cittadina di Conegliano (Treviso), celebre soprattutto per l’artista che dal toponimo ha preso il suo nome. Di Giovanni Battista Cima da Conegliano purtroppo si sono conservate rare notizie biografiche: nacque verosimilmente da Pietro, “cimatore” di panni, nel 1459 o 1460 e, giunto all’età di quattordici anni, venne citato come cittadino tenuto a pagare le tasse nell’estimo del 1473. Il giovane pittore si trasferì presto a Venezia, non mancando tuttavia di trascorrere le estati nella sua città natale, dove probabilmente morì tra il 1517 e il 1518. E a quei territori rimase sempre legato, come testimoniano gli sfondi dei suoi dipinti in cui talvolta si riconoscono il vicino castello di San Salvatore di Susegana (Treviso), fatto erigere dai conti Collalto tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo per poter contare su un presidio del territorio e del vicino fiume Piave, o altri scorci.


Le colline del Conegliano Valdobbiadene (Treviso).

La facciata del duomo di Santa Maria Annunziata e San Leonardo a Conegliano (Treviso).


Cima da Conegliano, Madonna in trono tra angeli e santi (1492), Conegliano, duomo di Santa Maria Annunziata e San Leonardo.


Bottega di Cima da Conegliano, Annunciazione (1510-1517), Conegliano, Museo cittadino, ospitato nel castello dello stesso Comune trevigiano.

A Conegliano rimangono poche testimonianze su Cima: la pala con la Madonna in trono tra angeli e santi del 1492 è tuttora conservata nel duomo di Santa Maria Annunziata e San Leonardo, mentre la casa natale dell’artista, identificata grazie a una ricerca documentaria, è stata restaurata nel 1977 e destinata a sede della Fondazione Giovanni Battista Cima e di un piccolo museo che ospita le riproduzioni dei quadri del suo illustre abitante, oltre a una raccolta di rinvenimenti archeologici.

Proprio il duomo – dove si conserva pure la tela con Santa Caterina battezzata dall’eremita di Jacopo Palma il Giovane – è una particolarità della città: lo si incontra lungo la contrada Granda, ma identificarlo non è così facile. La sua facciata, infatti, corrisponde a quella della Sala dei Battuti e si caratterizza per una teoria di nove arcate a sesto acuto sopra le quali si aprono trifore e monofore; la parete è decorata da affreschi del fiammingo Lodewijk Toeput, detto il Pozzoserrato, il quale vi raffigurò scene ispirate alle Sacre scritture attorno alla fine del Cinquecento. Si tratta del più grande affresco parietale di tutto il Veneto, ma non è certo l’unico: a Conegliano, infatti, sono affrescate varie facciate – per esempio quella dell’ex Monte di pietà – secondo una pratica assai diffusa in questa zona nel XVI secolo. Realizzata nella seconda metà del Trecento, la sala della congregazione dei Battuti fu decorata al suo interno da Francesco da Milano nel 1530 circa e, dopo un ampliamento degli ambienti, ulteriori decorazioni vennero affidate a Pozzoserrato e ad altri artisti locali; nell’attigua Sala del capitolo sono invece conservati cinque arazzi di manifattura fiamminga databili al 1560 circa.


Il castello di Conegliano, risalente nel suo primo insediamento difensivo all’anno Mille, ricostruito in epoca scaligera e sottoposto successivamente a nuovi riedificazioni e restauri.

Il chiostro dell’abbazia di Santa Maria a Follina (Treviso), fondata prima del 1127.


Una veduta aerea di Conegliano.

Purtroppo del grande complesso conventuale di San Francesco, fatto costruire dai frati tra il 1371 e il 1411, rimane solo il bel chiostro maggiore, dal momento che la grande chiesa fu abbattuta dopo le soppressioni napoleoniche.

Peraltro proprio per quest’aula di culto Cima da Conegliano dipinse la bella pala con San Pietro in trono, san Giovanni Battista e san Paolo (1515-1516) che ora si conserva alla Pinacoteca di Brera a Milano.

Salendo verso il castello si incontra il piccolo oratorio della Madonna della Neve, documentato fin dal 1544; collocato a ridosso della cinta muraria, ne incorpora una torre al cui interno è ancora presente l’affresco con la Madonna del latte (metà del XV secolo) attribuito a Giovanni Antonio da Meschio. Giunti presso la sommità del colle, ci si trova di fronte alla fortificazione voluta già prima del Mille dai vescovi di Belluno che costruirono un primo insediamento difensivo per proteggere le popolazioni del contado, tuttavia il maniero fu ricostruito in epoca scaligera, per poi subire delle ulteriori riedificazioni e restauri. Oggi è sede del Museo cittadino che dal 1946 si arricchì di raccolte storiche e artistiche, dando così luogo a un lapidario con materiali di epoca romana e preromana, a una Sala del camino che raccoglie armature e arredi tardorinascimentali e infine a una pinacoteca. Le collezioni comprendono degli affreschi staccati – uno dei quali di Giovanni Antonio de’ Sacchis detto Il Pordenone –, delle portelle d’organo attribuite alla bottega di Cima da Conegliano e la tela con la Consegna delle chiavi a san Pietro di Palma il Giovane.

Dall’altura del castello lo sguardo spazia dalla laguna di Venezia alle Dolomiti e alle colline coltivate a uva Glera, proprio quella da cui, nel fortunato triangolo che vede ai suoi apici Conegliano, Vittorio Veneto e Valdobbiadene, si ricava il Conegliano Valdobbiadene prosecco superiore docg. L’eccellenza di queste bollicine si deve alla morfologia del territorio e alle tecniche di viticoltura: entrambi fattori che nel 2019 hanno convinto la commissione Unesco a conferire alle Colline del prosecco il riconoscimento di patrimonio dell’umanità. Percorrere la strada storica del Conegliano Valdobbiadene o quella panoramica significa immergersi in un paesaggio segnato dalla viticoltura eroica, praticata su rilievi irti e scoscesi, che l’uomo ha nei secoli terrazzato con la tecnica del ciglione utilizzando terra inerbita al posto della pietra. Ai fazzoletti vitati si alternano aree boschive, piccoli insediamenti umani, castelli e monasteri. Di pregio l’abbazia di Santa Maria a Follina (Treviso), fondata prima del 1127 e poi diventata sede di una comunità di cistercensi. Nel 1268 i monaci Arnaldo e Andrea, con i capimastri Zardino e Armano, edificarono il chiostro con arcate sostenute da colonnine binate, come testimonia una lapide ancora in loco. La chiesa sorse invece tra il 1305 e il 1335 ed è considerata tra i migliori esempi di Gotico cistercense del Veneto; al suo interno si è conservato l’affresco di Francesco da Milano raffigurante la Madonna col Bambino tra due santi e committente (1527).



RISCOPRIRE LA NEOMETAFISICA

Sotto i portici di Conegliano si incontra il cinquecentesco palazzo Sarcinelli che dal 1988 è sede della Galleria d’arte moderna e contemporanea e ospita mostre di rilevanza nazionale. Fino al 25 febbraio si può visitare Giorgio de Chirico. Metafisica continua (orario 10-13/14-19; sabato, domenica e festivi 10-19; chiuso il lunedì e il martedì; www.artikaeventi. com): un’esposizione che si pone lo scopo di superare lo stereotipo, spesso adottato dai critici d’arte, che vorrebbe conclusa la spinta creativa del “pictor optimus” attorno al 1919, nonostante de Chirico avesse continuato a dipingere fino alla fine della sua vita, riprendendo in età matura proprio quei temi e quello stile che lo hanno reso celebre. Il focus è quindi sulle opere appartenenti alla cosiddetta Neometafisica, che si collocano cronologicamente tra il 1968 e il 1976 circa: grazie a questi dipinti, le piazze, gli interni ferraresi, le muse, i manichini e gli archeologi inventati nel secondo decennio del Novecento ritrovano nuova vita, spesso incasellata nelle categorie di “copia” e “imitazione”. La curatrice del progetto espositivo, Victoria Noel-Johnson, evidenzia invece come de Chirico avesse realizzato le prime repliche di propri dipinti (in particolare alcuni ritratti) già nel 1920, quindi ancor prima della celebre copia delle Muse inquietanti commissionata da André e Simone Breton e terminata nel 1924, come testimoniano alcuni documenti d’archivio emersi da un recente riordino del carteggio del pittore. Nella corrispondenza inviata al padre del surrealismo, Giorgio de Chirico si diceva convinto che la copia sarebbe stata migliore per qualità e realizzazione tecnica rispetto all’originale. Ma allora come mai i dipinti del tardo periodo dell’artista sono ancora oggi così sottovalutati? Colpa di Breton e compagni, sostiene Noel-Johnson. Nel 1928 infatti i rapporti tra de Chirico e i surrealisti si interruppero irrimediabilmente poiché il pittore all’epoca si era orientato verso una ripresa del classicismo, scatenando in questo modo una delegittimazione nei suoi ex ammiratori che spinsero la loro opposizione fino a cambiare i titoli delle opere di de Chirico appartenenti a loro nonché a produrre contraffazioni. La mostra restituisce quindi una diversa lettura delle opere tarde del fondatore della Metafisica – comprese alcune sculture – sostenendo che, copiando e reinterpretando i propri dipinti, de Chirico intendeva riflettere sul senso della loro originarietà più che della originalità, come del resto aveva fatto nei confronti dei capolavori rinascimentali. La mostra è accompagnata da un catalogo Antiga Edizioni.


Giorgio de Chirico, Le muse inquietanti (1974), Roma, Fondazione Giorgio e Isa de Chirico.

ART E DOSSIER N. 417
ART E DOSSIER N. 417
Febbraio 2024
Le mostre in evidenza in questo numero sono: STORIE A STRISCE: Benito Jacovitti - I primi cent’anni di Lisca di pescedi Sergio Rossi; CAMERA CON VISTA: Made in Japan (Ritorno a Tokyo) di Luca Antoccia; I MESTIERI DELL’ARTE: Un’identità autonoma e diffusa di Marcella Vanzo. Gli approfondimenti di questo numero:GRANDI MOSTRE. 1: Munari a Verona - Un anti-elitario per eccellenza di Luca Zaffarano; GRANDI MOSTRE. 2: Weegee a Parigi- Identi(kit) di due anime di Francesca Orsi