Grandi mostre. 5
DA MONET A MATISSE
A PADOVA

VISIBILI
SPERIMEN-TAZIONI

UNA CITTÀ IN FERMENTO È STATA PARIGI TRA LA SECONDA METÀ DELL’OTTOCENTO E LA PRIMA METÀ DEL NOVECENTO. FONTE DI ISPIRAZIONE PER GLI ARTISTI, CULLA DI MOVIMENTI DI AVANGUARDIA COME REALISMO, IMPRESSIONISMO, SIMBOLISMO, CUBISMO E SURREALISMO.

Stefano Bosi

Tra i moti rivoluzionari francesi del 1848 e la fine della seconda guerra mondiale la Francia vive un profondo cambiamento sociale, politico e intellettuale. Il capitalismo e il nazionalismo contribuiscono a promuovere una nuova definizione di individuo e di patria, tanto da condizionare radicalmente ogni ambito culturale: dalla musica alla letteratura, dalle arti visive allo spettacolo. Parigi, beneficiando anche della nuova ricchezza dell’era industriale, diventa il centro nevralgico della cultura moderna, dove gli artisti che vi lavorano sperimentano linguaggi espressivi audaci tali da influenzare il canone artistico occidentale.

Questo è il contesto che fa da sfondo alla mostra Da Monet a Matisse. French Moderns, 1850-1950, in corso a Padova nel prestigioso palazzo Zabarella, il quale – ancora una volta – si conferma essere tra le principali organizzazioni culturali attive nel nostro paese.

Promossa da Fondazione Bano, in collaborazione con l’Assessorato alla cultura del Comune di Padova, l’esposizione è la prima di una serie di collaborazioni con istituzioni museali di fama mondiale destinate a concretizzarsi nel tempo in eventi esclusivi.

A inaugurare questo “dialogo” internazionale, in qualità di organizzatore, è il Brooklyn Museum di New York, fondato nel 1823 e depositario di una delle principali collezioni d’arte moderna francese del Nord America, già oggetto in passato di mostre importanti quali Impressionists in Winter (1999), Monet’s London (2005), Landscapes from the Age of Impressionism (2007-2012) e Impressionism and the Caribbean: Francisco Oller and His Transatlantic World (2015).


Giovanni Boldini, Ritratto di signora (1912), particolare, New York, Brooklyn Museum, come tutte le opere qui riprodotte.

Gustave Courbet, L’onda (1869 circa).


Claude Monet, Palazzo del parlamento, effetto luce solare (1903).


Jean-François Millet, Pastore che cura il suo gregge (inizio anni Sessanta del XIX secolo).

Articolata in quattro sezioni – “Paesaggio”, “Natura morta”, “Ritratti e figure” e “Il nudo” – la mostra patavina annovera cinquantanove opere, tra dipinti, disegni e sculture, dei principali protagonisti dei movimenti d’avanguardia sorti a Parigi tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo (realismo, impressionismo, postimpressionismo, simbolismo, fauvismo, cubismo e surrealismo).

Opere che testimoniano il passaggio – formale e concettuale – dalla rappresentazione fenomenica del vero alla evocazione simbolica dell’idea, dall’enfasi naturalista alla radice occulta dell’astrattismo. Il percorso espositivo, ideato dai curatori Lisa Small e Richard Aste – rispettivamente “curator senior” e “former curator” del Brooklyn Museum –, prende le mosse dal meticoloso realismo accademico di Jean-Léon Gérôme (Il venditore di tappeti del Cairo, 1869) e William-Adolphe Bouguereau (La sorella maggiore, 1864 circa), per passare poi alle evocative scene agresti di Jean-François Millet (Pastore che si prende cura del suo gregge, inizio anni Sessanta del XIX secolo) e Jules Breton (La fine della giornata lavorativa, 1886-1887), fino alle ventose spiagge di Normandia di Eugène-Louis Boudin (La spiaggia a Trouville, 1887-1896). Se i paesaggi di Alfred Sisley (Alluvione a Moret, 1879) e di Camille Pissarro (La salita, Rue de la Côte-du-Jalet, Pontoise, 1875) testimoniano le innovazioni del primo modernismo, le tele di Claude Monet (Alta marea a Pourville, 1882; Il parlamento, effetto di sole, 1903) e di Pierre-Auguste Renoir (I vigneti a Cagnes, 1908) manifestano compiutamente la dissoluzione cromatica della poetica impressionista, alla quale si contrappone Il villaggio di Gardanne (1885-1886) di Paul Cézanne, che solidifica nuovamente la forma polverizzata dagli incauti compagni e apre la via maestra ai moderni linguaggi del XX secolo, dove forma e colore prevalgono sul soggetto ritratto. Tale avversione nei confronti del visibile, come pure il deliberato approdo a una immagine che rivendica una propria inalienabile autonomia si evincono chiaramente in mostra nei dipinti di Henri Matisse (Donna sulla poltrona, 1916), Pierre Bonnard (La sala della colazione, 1925), Marc Chagall (Il musicista, 1912-1914), Fernand Léger (I subacquei policromi, 1941-1942), André Masson (Vetri e architetture, 1924), Jacques Villon (Il filosofo, 1930) e Jean Hélion (Composizione, 1939).


Edgar Degas, Donna nuda che si asciuga (1884-1886).


CONTURBANTI EMBLEMI DI UN NUOVO MODO DI CONCEPIRE IL NUDO, IL QUALE NON SI CELA PIÙ DIETRO A FAVOLE MITOLOGICHE

Camille Pissarro, La salita, Rue de la Côte-du-Jalet, Pontoise (1875).


Claude Monet, Alta marea a Pourville (1882).

Di particolare interesse è la sezione dedicata alla natura morta: genere che a partire dal 1850 ritrova popolarità grazie al suo straordinario potere evocativo, capace di indurre nell’osservatore sensazioni tali da trascendere l’esperienza fisica per inoltrarsi nel misterioso regno della psiche. Meritevole di nota è a tale proposito la Composizione in rosso e blu (1930) di Léger, dove forme oniriche biomorfe fluttuano nello spazio dando vita a inaspettati accostamenti. Donna nuda che si asciuga (1884-1886 circa) di Edgar Degas e la Danaide (1903) di Auguste Rodin figurano in mostra invece come conturbanti emblemi di un nuovo modo di concepire il nudo, il quale non si cela più dietro a favole mitologiche o allegorie per rendere manifesta la bellezza di un corpo che ormai si palesa da solo.

Mai come ora il sesso diventa – citando Mario Praz – «il cuore delle opere di creazione fantastica». Il recupero della dimensione sentimentale dell’esistenza, il desiderio di vivere secondo le pulsioni della propria anima, ereditati della precedente esperienza romantica, portano in questi anni gli artisti a infrangere i tabù della morale borghese in nome dell’arte e della sua libertà di espressione. Ciò lo si evince anche nella ritrattistica coeva in cui si assiste al superamento della fredda artificiosità della “posa” in favore di una maggiore attenzione al carattere e alla fisionomia del modello, colto in uno stato d’animo particolare o in movimento, al fine di renderlo più evocativo. In mostra ne sono esempio le opere di Berthe Morisot (Ritratto di Madame Boursier e di sua figlia, 1873 circa) e soprattutto dell’italiano, ma parigino d’adozione, Giovanni Boldini (Ritratto di Florence Blumenthal, 1912) che proprio nel ritratto – specie quello femminile – raggiunge la sua massima espressione grazie a uno straordinario dinamismo delle linee, capace di sottrarre le modelle alla condizione di ordinaria quotidianità per trasformarle in divinità terrene, venate di quella volitiva fermezza, propria della donna del Novecento.


Berthe Morisot, Madame Boursier e sua figlia (1873 circa).


LA DISSOLUZIONE CROMATICA DELLA POETICA IMPRESSIONISTA, LE INNOVAZIONI DEL PRIMO MODERNISMO

Auguste Rodin, Danaide (1903 circa);


Paul Cézanne, Il villaggio di Gardanne (1885-1886).

Da Monet a Matisse. French Moderns, 1850-1950

a cura di Lisa Small e Richard Aste
Padova, palazzo Zabarella
fino al 12 maggio
orario 10-19, chiuso il lunedì, aperture straordinarie lunedì 12 febbraio
e 1° aprile
catalogo Conti Tipocolor
www.zabarella.it

ART E DOSSIER N. 417
ART E DOSSIER N. 417
Febbraio 2024
Le mostre in evidenza in questo numero sono: STORIE A STRISCE: Benito Jacovitti - I primi cent’anni di Lisca di pescedi Sergio Rossi; CAMERA CON VISTA: Made in Japan (Ritorno a Tokyo) di Luca Antoccia; I MESTIERI DELL’ARTE: Un’identità autonoma e diffusa di Marcella Vanzo. Gli approfondimenti di questo numero:GRANDI MOSTRE. 1: Munari a Verona - Un anti-elitario per eccellenza di Luca Zaffarano; GRANDI MOSTRE. 2: Weegee a Parigi- Identi(kit) di due anime di Francesca Orsi