Grandi mostre. 8
BOUTS A LOVANIO

COSÌ VERO
COSÌ IRREALE

UN IMAGE MAKER DEL XV SECOLO: UN PROFESSIONISTA AL SERVIZIO DELLA COMUNICAZIONE DELLA NUOVA CLASSE DIRIGENTE NELLA CITTÀ FIAMMINGA DI LOVANIO. QUESTO È IL PROFILO CHE CI CONSEGNA LA PRIMA GRANDE MOSTRA DEDICATA A DIRCK BOUTS, UN ARTISTA CHE METTEVA AL SERVIZIO DEI COMMITTENTI UNA VISIONE INNOVATIVA E UNO STRAORDINARIO TALENTO PITTORICO.

CLAUDIO PESCIO

Immaginate un'esposizione in cui convivano immagini del volto di Cristo, Eddy Merckx, Guerre stellari, alcune Madonne col Bambino, Beyoncé e Pasolini. E di uscire dalla mostra trovando tutto ciò molto ragionevole.

È quello che possiamo vedere al M Leuven di Lovanio e che il curatore Peter Carpreau definisce un approccio trans-storico: un punto di vista, e un’organizzazione dei materiali in mostra, che ci aiutano a superare alcune barriere tradizionali che potrebbero limitare al tempo in cui operò la nostra possibilità di inquadrare l’artista, impedendoci di cogliere la carica innovativa del suo essere un “image maker”, in un senso molto vicino a quello che attribuiamo oggi a chi si occupa di definire, visualizzare e comunicare l’immagine, appunto, di una figura pubblica, di un’organizzazione, di un brand. Eccessivo? In realtà quel tanto di provocazione che sta nell’operazione del M Leuven di Lovanio non impedisce in nessun modo una lettura della collocazione storico-artistica di Bouts, e forse consente un possibile livello ulteriore di comprensione anche a un pubblico più giovane o semplicemente attratto dalla novità dell’approccio.

La mostra cerca di mostrarci Dirk Bouts come una sorta di filmmaker, o di graphic designer, perché probabilmente così era visto il suo ruolo in quel tempo: fornire immagini funzionali a uno scopo all’interno di un contesto dato. Ma iniziamo a presentare il protagonista. Dirk (o Dieric) Bouts (Haarlem? 1410/1420 - Lovanio 1475) è con Petrus Christus, Jan Memling e Hugo van der Goes uno dei principali esponenti della seconda generazione dei cosiddetti “primitivi” fiamminghi, quella successiva alla generazione di Robert Campin, Jan van Eyck e Roger van der Weyden.

Di quest’ultimo potrebbe essere stato allievo. Ma c’è poco di certo, nei primi decenni della sua biografia. È un fatto che avesse scelto di vivere e lavorare a Lovanio, alla metà del Quattrocento ricca e importante città delle Fiandre, sede di una giovane ma già rinomata università. Nel 1448 sposò la figlia di un ricco commerciante, Katharina van der Brugghen (nei pettegolezzi di paese indicata come Katharina Metten Ghelden, cioè “con i soldi”). Vent’anni dopo diventò pittore ufficiale della città: aveva appena terminato quello che è considerato il suo capolavoro, il Polittico del santissimo Sacramento – o Ultima cena, tema della tavola centrale –, conservato nella Sint-Pieterskerk.

La sua figura di artista appare enigmatica, è stato a lungo considerato un “pittore del silenzio” (definizione un po’ generica che si tende ad attribuire a molti artisti nordici), contemplativo, misterioso. Questa mostra cerca di portare in luce, al contrario, una personalità forte e una strategia di comunicazione attraverso la pittura perfettamente sintonizzata con l’ambiente che lo circondava, in particolare nel suo rapporto stretto con i circoli umanistici e i teologi della locale università, e con le tendenze e richieste del mercato a cui si rivolgeva.


Discepolo di Hugo van der Goes, da Dirk Bouts, Ecce Agnus Dei (1480-1500 circa), Berlino, Gemäldegalerie.


Trittico del santissimo Sacramento (o Ultima cena) (1464-1468), Lovanio, Sint-Pieterskerk.


La sezione della mostra con l'accostamento di alcune opere di Bouts e scene dal Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini (1964).

Scene luminose, colori densi, nitidezza dei dettagli, atmosfere sospese, realismo accentuato: la pittura di Bouts appare una sintesi delle esperienze della generazione precedente.

La tendenza a una particolare cura delle espressioni dei sentimenti, insieme ad alcune riprese di motivi formali, ne rivela la vicinanza a Van der Weyden. Le forme allungate, il gusto per le vesti sontuose sono invece indizi di un legame non nascosto, una predilezione forse, per le stilizzazioni tardogotiche. In alcune sue composizioni si notano, nelle espressioni e negli atteggiamenti dei personaggi, una spiritualità profonda, una serena accettazione del dolore e della sofferenza che fanno pensare a una sua vicinanza al movimento della Devotio moderna, ispirata da un libretto allora di grande diffusione negli ambienti colti, l’Imitatio Christi. Ma la sua innovazione consiste soprattutto nelle grandi aperture di paesaggio (ne è un esempio l’Ecce Agnus Dei, 1460-1470, che qui vediamo in una versione di bottega di una decina almeno di anni dopo) e nell’utilizzo della prospettiva con unico punto di fuga. E anche qui con alcune peculiarità che vanno segnalate. Il paesaggio, anche nei polittici, appare unitario, attraversa in modo realistico i pannelli costruendo un’ambientazione comune per tutti i protagonisti in scena. E la prospettiva geometrica, di ascendenza italiana, non è una scelta “ideologica” come accade nel Quattrocento fiorentino, è solo uno dei modi che si hanno a disposizione per rappresentare uno spazio; in alcune opere opta per la prospettiva empirica che usava Van Eyck; in altre no; in qualche caso le usa entrambe: nella Cena della Sint-Pieterskerk il refettorio è costruito solo in parte secondo un punto di fuga centrale, e molti elementi dell’ambiente sfuggono alla matematica correttezza che ci si aspetterebbe. Altra apparente contraddizione è che nella figura centrale del Cristo vediamo un’icona sovrannaturale e fuori dal tempo, mentre tutto attorno il contesto è del tutto realistico, contemporaneo, domestico, pienamente compatibile con un’abitazione della Lovanio del XV secolo.

Qualche esempio della strategia comunicativa della mostra può essere utile a capire lo scopo del mix apparentemente improbabile con cui abbiamo aperto l’articolo.

Nella seconda sala vediamo una serie di volti di Cristo di area fiamminga, catalogabili come immagini di sofferenza ma anche di trionfo.

A queste, sulle stesse pareti, si contrappongono/affiancano immagini dei volti sfiniti dalla fatica fisica di atleti come Kobe Briant, Marco Pantani o Eddy Merckx: santi laici offerti al consumo dei devoti di una delle più diffuse “religioni” contemporanee, lo sport.

Più o meno lo stesso accade nella sala che accompagna alcune raffigurazioni della Vergine col Bambino (o intenta a posare per san Luca) a figure dello star system contemporaneo (compresa una Beyoncé aureolata) che significativamente indichiamo da tempo come divi, se non divinità. Nella sala dedicata ai paesaggi emerge la tendenza di Bouts ad ambientare le scene in mondi fantastici eppure costruiti secondo i criteri più aggiornati in uso al tempo per dare l’impressione della profondità – corsi d’acqua o sentieri che si avviano verso il fondo, grandi masse o rocce in primo piano e altre che digradano nello spazio –, con l’inserimento di elementi realistici accanto ad altri di fantasia. Come se chiedesse a chi guarda una sospensione dell’incredulità: quel che vedi devi crederlo. È in questa sezione che la mostra accosta a opere dell’artista immagini e frame digitali tratti dalla scenografia di Guerre stellari, che presenta analoghe suggestioni visive.

Infine, una sezione è intitolata alla “Banalità”. Banale è la casualità; per esempio lo sono, in un dipinto, le presenze umane o animali o di oggetti non indispensabili o non previsti dai testi di riferimento, oppure di macchie, tessuti mal piegati, piastrelle rotte: sono certificazioni di verità: nella vita il caso ha un suo posto. È un artificio utilizzato anche nei videogame per rendere le ambientazioni più autentiche e immersive. In questa sezione un interessante accostamento è tra alcune Crocifissioni di Bouts e frame del Vangelo secondo Matteo di Pasolini. L’assunto è che entrambi gli autori restino fedeli al dettato evangelico e che lo facciano rinunciando a effetti patetici o drammatici. Pasolini sceglie attori non protagonisti, a volte li inquadra senza che lo sappiano, nel recitato si colgono accenti dialettali: è la banalità quotidiana che ci consente di far parte dell’evento, di riconoscerci nei suoi protagonisti.


NELLA PITTURA DI BOUTS ALCUNI ELEMENTI CASUALI HANNO UNA FUNZIONE DI CERTIFICAZIONE DI VERITÀ


Cristo in casa di Simone il fariseo (1465-1470 circa), Berlino, Gemäldegalerie.


Trittico del martirio di sant'Erasmo (1460-1464 circa), Lovanio, Sint-Pieterskerk.

Dieric Bouts. Creator of Images

a cura di Peter Carpreau
Lovanio, M Leuven
fino al 14 gennaio 2024
orario 11-18, giovedì 11-22, 24 e 31 dicembre 11-16, chiuso il mercoledì,
il 25 dicembre e il 1° gennaio
catalogo Hannibal
www.mleuven.be

ART E DOSSIER N. 415
ART E DOSSIER N. 415
DICEMBRE 2023
Le mostre in evidenza in questo numero sono: FINESTRE SULL’ARTE:  La mano è del Merisi?, di Federico D. Giannini; ART FAIR: Abu Dhabi Art, di Riccarda Mandrini; DENTRO L’OPERA: James Lee Byars, La morte simulata. Un’esperienza mistica e artistica condivisa di Cristina Baldacci . Gli approfondimenti di questo numero:GRANDI MOSTRE. 1: Boccioni a Mamiano di Traversetolo, Sorprendente, anche in giovane età di Marta Santacatterina; GRANDI MOSTRE. 2: Chronorama a Venezia, L’era delle immagini di Ilaria Ferraris