Grandi mostre. 1 
BOCCIONI A MAMIANODI TRAVERSETOLO

SORPRENDENTE, ANCHE IN
GIOVANE ETÀ

LA FONDAZIONE MAGNANI-ROCCA DEDICA A UMBERTO BOCCIONI UN PROGETTO ESPOSITIVO SUGLI ANNI DELLA SUA FORMAZIONE EVIDENZIANDO, ATTRAVERSO OPERE MENO NOTE DELL’ARTISTA, LA SUA CAPACITÀ DI SPERIMENTARE STILI, LINGUAGGI E TECNICHE DIVERSE E DI COGLIERE, PRIMA DI APPRODARE ALLA RIVOLUZIONE FUTURISTA, GLI INPUT PROVENIENTI DA ALTRE AVANGUARDIE COME IL DIVISIONISMO E IL SIMBOLISMO.

MARTA SANTACATTERINA

Entrando nella prima sala riservata alle esposizioni temporanee della Fondazione Magnani- Rocca si può provare un senso di disorientamento e può sorgere addirittura il pensiero: «Ma avrò sbagliato mostra?». Niente paura, il posto è quello giusto e le opere appese alle pareti o custodite nelle vetrine sono proprio di Umberto Boccioni. Ed è normale che generino una certa sorpresa, dal momento che il progetto espositivo intende far conoscere a un vasto pubblico un Boccioni meno noto che, nel periodo antecedente il 1910 – nella primavera di quell’anno fu infatti tra i firmatari del primo Manifesto dei pittori futuristi – ha vissuto una stagione di formazione e, spinto da moventi soprattutto economici, ha collaborato a lungo con riviste ed editori realizzando numerose illustrazioni. Queste ultime, insieme alla produzione grafica del celebre esponente del futurismo, sono oggetto di recenti ricerche ed è forse la prima volta che ne viene esposta una così ampia selezione, peraltro accostandola ai modelli di riferimento. Trasferitosi a Roma nel 1899, l’artista tentò invano la carriera di giornalista, attirato dal periodico “Fanfulla”, per poi entrare in contatto con altre realtà editoriali.


Cominciò così a produrre i suoi primi “contenuti visivi” e, come si evince subito osservando le tempere su cartoncino, le illustrazioni romane di Boccioni risultano molto vicine a quelle europee che erano allora assai di moda. Gli veniva infatti chiesto di copiare fedelmente i modelli degli inglesi Cecil Aldin e John Hassall, del francese Harry Eliott, del belga Henri Cassiers: ecco allora le scene di caccia alla volpe o quelle con i fantini, o ancora i personaggi folkloristici interpretati in costume ciociaro o in abiti olandesi. 

Campagna romana (o Meriggio) (1903), Lugano, MASI - Museo d’arte della Svizzera italiana.

Qualche anno dopo, stabilitosi a Milano e trovandosi a collaborare con la “Rivista mensile del Touring Club Italiano”, l’“Avanti della domenica”, il “Corriere dei piccoli”, Boccioni guardò più ad Aubrey Beardsley e ai grandi illustratori italiani come Marcello Dudovich, giungendo a esiti più moderni. Tuttavia «il lavoro commerciale necessarissimo» non soddisfaceva affatto il giovane: «Impossibile imporre impressione artistica all’industria», confessò a fronte delle resistenze di committenti del rango della Ricordi o di Sonzogno, i quali prediligevano evidentemente uno stile più convenzionale.


Occorre però tornare al Boccioni pittore. Già nel 1901, in una lettera a un amico, scrisse: «Mi sono comprato i pastelli, i pennelli, la china e quella stecca con una palla per posare il braccio e adesso mi farò il cavalletto. Vedi che noto [sic] in piena vita artistica». Nella Roma di inizio secolo si iscrisse quindi alla Scuola di arti ornamentali e alla Scuola libera di nudo, si avvicinò a Duilio Cambellotti e soprattutto a Giacomo Balla che già da qualche anno praticava una pittura di stampo divisionista, come dimostrano alcuni suoi pastelli e dipinti esposti nella sezione dedicata alla “Capitale”. 


Qui si ammira anche Campagna romana (o Meriggio), probabilmente la prima opera matura di Boccioni: difficile pure in questo caso riconoscervi la mano dell’autore della Città che sale, a voler citare uno dei capolavori più noti. Tra il 1903 e il 1905 i filamenti di colore, caratteristici del divisionismo e privilegiati “in primis” da Balla perché consentivano di moltiplicare gli effetti luministici, diventarono lo strumento con cui Boccioni realizzò i primi intensi ritratti, come quello della signora Virginia, bonaria matrona con cagnolino beatamente addormentato sul suo grembo.


IN CAMPAGNA ROMANA (O MERIGGIO) È DIFFICILE RICONOSCERE LA MANO DELL'AUTORE DELLA CITTÀ CHE SALE


L’esperienza romana di Boccioni terminò nel 1906, quando si recò a Parigi: fu un’esperienza dura, segnata da gravi difficoltà economiche. Seguirono altri viaggi, tra cui uno in Russia, fino ai soggiorni in Veneto, prima a Padova e poi Venezia, dove in quei tempi dilagava la moda di un simbolismo innestato su superfici pittoriche materiche e fondato su suggestioni cromatiche piuttosto lontane dal metodo divisionista. Nella tranquillità padovana Boccioni poté esercitarsi nel disegno e nella pittura, mentre il soggiorno in laguna gli diede modo di seguire le ricerche di altri artisti – convocati in mostra grazie a una selezione di opere – e di frequentare le biennali. Imparò inoltre le tecniche dell’incisione: questi fogli e le relative lastre sono oggetto di un ulteriore focus di grande interesse nel percorso espositivo, che si conclude con un’indagine sugli ultimi tre anni che precedettero la rivoluzione futurista.


La signora Virginia (1905), Milano, Museo del Novecento.

Nudo di spalle (Controluce) (1909), Rovereto (Trento), MART - Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto.


Giovanni Sottocornola, Mariuccia (1903), Milano, Castello sforzesco.

Insoddisfatto anche dell’ambiente veneziano, Boccioni si trasferì a Milano, dove trovò una temperatura artistica decisamente più elevata. Nella città in fermento si confrontò con Pellizza da Volpedo, Vittore Grubicy de Dragon, Angelo Morbelli, Emilio Longoni e Giovanni Segantini; rimase colpito soprattutto da Gaetano Previati e sviluppò uno spiccato interesse verso un idealismo capace di congiungere il vero con l’idea. Nell’ultima sala, in compagnia di alcuni esempi notevoli dei maestri del divisionismo lombardi – straordinari Garibaldi di Plinio Nomellini e Mariuccia di Giovanni Sottocornola – si concentrano opere capitali di Boccioni pre-futurista: l’Autoritratto del 1908 che ha per sfondo la città cantiere, mentre il colbacco calcato sul capo dell’artista, con l’espressione imbronciata, è forse una reminiscenza del viaggio in Russia.


I FILAMENTI DI COLORE, CARATTERISTICI DEL DIVISIONISMO, CONSENTIVANO DI MOLTIPLICARE GLI EFFETTI LUMINISTICI


Poi si incontra un nucleo di dipinti ambientati in un’atmosfera domestica, con donne solitarie intente a cucire, e i potentissimi ritratti della madre tra cui il Nudo di spalle – l’anziana signora è colpita da una luce ineguagliabile, che le tinge la chioma di turchino – fino alla grande tela Il romanzo della cucitrice, uno dei più alti esiti della capacità di costruzione luminoplastica di Boccioni. Sta sul confine con il futurismo, invece, il Ritratto di Fiammetta Sarfatti, figlia di quella Margherita che tanto segnò lo scenario artistico italiano a partire dagli anni Venti del Novecento: lo spessore della materia pittorica si fa qui notevole, la superficie perde lo smalto luminoso e diventa opaca, ma soprattutto si percepisce un fremito a stento trattenuto. Il pittore realizzò il quadro nel 1911, quando la principale avanguardia artistica italiana già farciva le tele con movimento, velocità, energia. Poi, come è noto, scoppiò la prima guerra mondiale: da autentico futurista Umberto Boccioni si arruolò volontario. Non morì in battaglia, ma cadde da un cavallo imbizzarrito e spirò a causa delle ferite il 17 agosto del 1916, a soli trentatre anni.

Boccioni. Prima del futurismo

a cura di Virginia Baradel, Niccolò D’Agati, Francesco Parisi e Stefano Roffi
Mamiano di Traversetolo (Parma)
Fondazione Magnani-Rocca fino al 10 dicembre
orario 10-18, sabato, domenica e festivi 10-19
chiuso il lunedì
catalogo Dario Cimorelli Editore
www.magnanirocca.it

ART E DOSSIER N. 414
ART E DOSSIER N. 414
NOVEMBRE 2023
Le mostre in evidenza in questo numero sono: Boccioni a Mamiano di Traversetolo; Chronorama a Venezia; Morisot a Parigi; Hayez a Torino; Inganni a Gussago e Rubens a Mantova e Roma. Gli approfondimenti di questo numero: Fotografia : Ghirri green; Dettagli strascurabili: Tende, crocifissi e figurine nascoste di Nadelman .