LUOGHI DA CONOSCERE
TURCHIA E SIRIA TRA TERREMOTO E GUERRA

UNA CATASTROFE
BIBLICA

UN CONFINE PRECARIO DAL PUNTO DI VISTA SIA GEOPOLITICO SIA NATURALE. È QUELLO TRA TURCHIA E SIRIA DOVE IL TERREMOTO DELLO SCORSO FEBBRAIO, OLTRE A PROVOCARE MIGLIAIA DI VITTIME, HA AVUTO EFFETTI DEVASTANTI ANCHE SUL PIANO ARCHEOLOGICO E ARTISTICO. NEL CASO DELLA SIRIA POI IL DRAMMA DELLA GUERRA, PURTROPPO, CONTINUA.

Sergio Rinaldi Tufi

La frontiera fra Turchia e Siria, realtà già di per sé geopoliticamente problematica, è anche una frontiera ad alto rischio geologico: la “faglia anatolica” si insinua per cinquecento chilometri fra le placche telluriche di Anatolia, Arabia, Africa. Il terremoto di questo 2023 è stato fra i più devastanti: tantissime vittime e tantissimi danni, di cui si è molto parlato (anche se negli ultimi tempi l’attenzione sembra essersi affievolita); pesantissimo, inoltre, l’impatto sul patrimonio archeologico e artistico.

In molti dei siti ora investiti dal terremoto hanno lavorato diversi specialisti italiani. Scegliamo qui alcuni esempi che ci aiutano a capire la varietà delle situazioni dopo il sisma. Nella piana di Malatya (Turchia orientale) Arslantepe è nota come sede, nel IV millennio a.C., della prima organizzazione statale conosciuta al mondo; in Siria sono Ebla e Aleppo, colpite, prima che dal sisma, dalla guerra; nella valle del fiume Oronte si trova Antiochia (metropoli del regno ellenistico di Siria e poi dell’omonima provincia romana) che oggi, col nome di Antakya, appartiene alla Turchia.

Il nome di Arslantepe (dal 2021 sito UNESCO) significa “collina del leone”, e deriva da una statua che, da sempre, attirava l’attenzione sulla sommità di un’altura. Gli scavi furono avviati da una missione francese interrotta dalla seconda guerra mondiale e poi ripresa nel 1947, ma dal 1961 lavorano qui nostri archeologi: Piero Meriggi, Salvatore Maria Puglisi, poi Alba Palmieri (prematuramente scomparsa) e da trent’anni Marcella Frangipane(1). Gli scavi individuarono inizialmente un secondo leone (entrambi decoravano una porta monumentale), ma poi sono scesi a ritroso nel tempo. La fase più antica è quella del 3800-3400 a.C., con imponenti edifici, fra cui un tempio in cui si distribuivano pasti ai fedeli (numerosissime le ciotole rinvenute); alla fine del millennio risale un grandissimo complesso con aree religiose, spazi di rappresentanza, magazzini. Anche qui centinaia di ciotole, ma la distribuzione non avviene più in luoghi di culto, bensì in ambienti pertinenti a un potere laico-statale (spicca la Sala delle udienze): è il primo esempio a noi noto di “palazzo reale”. Sono pure state rinvenute qui le più antiche spade conosciute (3200 circa a.C.), alcune delle quali con agemina d’argento.

Nel Bronzo antico 1 (3000-2750 a.C.) le costruzioni appaiono più modeste, ma nella Tomba reale al limite dell’insediamento, in una grande fossa, è sepolto un personaggio evidentemente di spicco: oltre allo splendido corredo si sono trovati i corpi di quattro adolescenti, forse sacrificati. Crudele forma (nota anche altrove) di ossequio a un potente. Passano i secoli, predominano le costruzioni in mattoni crudi tipiche di contesti orientali, e si giunge al periodo dell’impero ittita e poi degli stati neo-ittiti o siro-ittiti. Risale circa al 1200 la “porta dei leoni” da cui siamo partiti: il corpo dei felini è massiccio, la resa del pelame è quasi un pretesto per un gioco di riccioli. Numerosi gli avori: spicca una placchetta con due semidei dalla testa d’aquila che brandiscono fulmini stilizzati.

Si diceva della muratura in mattoni crudi. Gli edifici antichi, ma anche la casa della missione (che è stata costruita con la stessa tecnica e non con altre più moderne, fra lo stupore degli amici turchi), hanno resistito al terremoto; non così le case in cemento armato, fra cui quelle dei collaboratori locali. Questi ultimi fra l’altro dopo il sisma, malgrado gli ingenti danni alle abitazioni, sono subito saliti sulla collina per poter annunciare, telefonando in Italia, che il sito archeologico invece era salvo.

Nel settore Nord Est dell’area colpita dal sisma, in Siria, spiccano Ebla, l’odierna Tell Mardikh, e Aleppo, dove il terremoto ha rappresentato un’ulteriore sciagura in un territorio già devastato dalla lunga guerra (dal 2011) fra il regime siriano di Assad, appoggiato dalla Russia, e “ribelli” di varia natura. Ribelli che insediarono proprio qui una loro base, con trincee e altri lavori nel bel mezzo di monumenti importantissimi e fragili, frutto degli scavi condotti per l’Università di Roma La Sapienza, fin dal 1964, da Paolo Matthiae: una delle maggiori imprese archeologiche del Novecento.

Il sito conobbe, fra 3500 e 2300 a.C., e poi fra 2500 e 1600, grande fioritura. Alla prima fase risale, sulle pendici del “Tell”, il Palazzo reale G. Notevole la struttura, ma anche l’archivio di millesettecento tavolette di terracotta con testi (in cuneiforme) economici, amministrativi, giuridici, letterari, diplomatici, testimonianze di una sorta di impero politico e commerciale. Alla seconda fase risale il circuito di mura costituito da possenti terrapieni; fra gli altri monumenti sono da segnalare tre palazzi e, sull’acropoli, il tempio di Ištar. Tantissimi i materiali rinvenuti: ricordiamo fra l’altro alcuni intagli d’avorio risalenti al 1700 circa a. C., destinati a decorare un letto o un trono, e, fra 1850 e 1650, grandi stele votive a quattro facce con scene rituali.

Dopo che l’area (che in pratica era diventata un bersaglio) è stata riconquistata dal regime, un gruppo di specialisti della Sapienza guidato da Davide Nadali(2), allievo e successore di Matthiae, ha compiuto un sopralluogo: i danni sono ovviamente ingenti. I due studiosi, con altri colleghi, auspicano un ritorno; molti però (a partire dagli archeologi siriani in esilio), specialmente dopo l’ulteriore disastro del terremoto, ritengono il progetto quanto meno prematuro. Si solleva anche un problema tecnico-politico, e cioè che l’Italia non ha, al momento, rapporti diplomatici con la Siria; né, di fatto, alcun altro paese europeo è tornato a inviare missioni.


Torre delle mura della cittadella di Aleppo (Siria) danneggiata durante la guerra e dal terremoto del 2023.


mosaico della Megalopsychia (450 circa d.C.), dal sobborgo di Daphne, Antiochia, Museo archeologico di Hatay.


le più antiche spade finora conosciute (3200 a.C. circa), Roma, Sapienza, Università, Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo. Le spade sono state rinvenute dalla Missione archeologica italiana ad Arslantepe (Turchia).


Foto della statua di 'Ain et-Tell (IX secolo a.C.), prima del restauro, Aleppo, Museo nazionale.


C’è un’eccezione molto particolare: un gruppo di specialisti dell’Università di Firenze, guidato da Marina Pucci, lavora nella martoriata Aleppo(3). Già all’inizio della guerra il personale del Museo nazionale di Aleppo con enormi rischi, aveva trasferito a Damasco le opere conservate nella grande struttura espositiva: con quel gruppo, e con colleghi dell’Università di Aleppo stessa, l’ateneo toscano ha stretto nel 2021 un accordo per un ampio programma di restauro e ricollocazione, ora però reso più arduo dal sisma.

Le prime notizie storiche sul sito, sacro al dio della tempesta, risalgono al XXV secolo a.C.; all’VIII-VII si datano i resti di un grande tempio individuati sotto la cittadella islamica, il cui profilo domina la città. Fra le tante opere salvate o restaurate spicca, quasi come simbolo, una statua, presumibilmente regale, rinvenuta in località ʽAin et-Tell e risalente al periodo “siro-ittita” già ricordato ad Arslantepe. Il personaggio indossa una veste dalla decorazione semplice ma raffinata, è armato di spada, indossa collana e bracciali: un colpo di mortaio del 2015 ha reso necessario un restauro particolarmente delicato.

Dalle fasi più remote dell’Anatolia e della Siria passiamo alle fasi ellenistiche e romane con la già ricordata Antiochia, o Antakya. Fu fondata sull’Oronte da Seleuco Nicatore (il nome della città deriva da quello del padre Antioco), che, nella fase della spartizione dell’impero di Alessandro Magno dopo la sua morte, si era impadronito della Siria. Seleuco creò un grande regno, restando sul trono dal 305- 304 al 281 a.C.; fondò anche Seleucia Pieria, Apamea, Laodicea, oltre a città-fortezze come Dura Europos sull’Eufrate.

Il luogo della fondazione di Antiochia fu scelto perché la valle dell’Oronte è fertilissima, e perché, attraverso gli ultimi diciassette chilometri del fiume, si giunge a Seleucia, grande porto sul Mediterraneo. Ma siamo sulla faglia anatolica: i sismi hanno colpito duro fin dalla più remota preistoria, e, dopo la fase ellenistica, anche in epoca romana, quando la città divenne capitale della provincia romana di Siria, fondata da Pompeo nel 62 a.C. Le prime fonti antiche che parlano di terremoti sono Cassio Dione e Malalas, e descrivono proprio quello di Antiochia del 115 d.C. In quell’anno l’imperatore Traiano, non pago della conquista della Dacia (guerre del 101-102 e del 105-106), avviò le sue improvvide campagne d’Oriente soprattutto contro i parti, eterni nemici dell’Urbe. Le operazioni partirono proprio da Antochia, malgrado il sisma non solo fosse grave in sé, ma potesse anche esser visto come funesto presagio per la guerra. Che infatti si concluse, dopo grandi sofferenze per le truppe in un clima infernale, con la malattia dell’imperatore, il ritorno verso il Mediterraneo e la morte in Cilicia.

Le ricorrenti distruzioni rendono difficile “leggere” la città. Nella ricostruzione successiva alle scosse del 115, la grandissima via detta “plateia” spicca nell’impianto urbano con i suoi ventisette metri di larghezza, fiancheggiata inoltre da portici larghi nove. Ne parla anche Libanio, retore vissuto nel IV secolo d.C., autore di un’entusiastica descrizione della metropoli in cui peraltro era nato. La città si estendeva anche su un’isola nell’Oronte, con un grande palazzo a cui si aggiunse un circo. In un sobborgo a sud, Dafne, si sviluppò fino a età tardoantica un quartiere di eleganti dimore, con splendidi tappeti musivi: il catalogo fu pubblicato da un grande studioso italiano, Doro Levi, il quale a causa delle leggi razziali fasciste si era trasferito negli Stati Uniti, nella Princeton University, che ad Antiochia aveva condotto grandi scavi. La struttura che custodisce i mosaici, il Museo archeologico di Hatay, costituisce in Turchia la maggiore raccolta di questo tipo di opere, insieme al castello di Gazyantep dove sono conservati quelli provenienti da Zeugma, antica città sommersa (come altri monumenti) in occasione della realizzazione di una discussa grande diga sull’Eufrate. Le due strutture, che sono collocate proprio alle due estremità della zona colpita dal sisma, sono state per fortuna danneggiate solo in piccola parte, anche se questo certo non basta a lenire dolori e lutti.


Veduta di Ebla (Siria), dopo dopo la guerra.


Assonometria e proposta ricostruttiva del complesso palaziale di Arslantepe (3400-3200 a.C.).


Bassorilievo neo-ittita (età del Ferro I, 1000-900 a.C.), Arslantepe, Museo all'aperto. Il bassorilievo, con due figure di demoni o semidei armati con testa d’aquila che tengono in mano la stilizzazione del fulmine, è stato rinvenuto dalla Missione archeologica italiana ad Arslantepe.


ART E DOSSIER N. 413
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OTTOBRE 2023
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