STUDI E RISCOPERTE 2
UN INEDITO E AUTENTICO
CANOVA

L’ENIGMA
DEL CAVALLO

LA REALIZZAZIONE DEI MONUMENTI EQUESTRI DI PIAZZA PLEBISCITO A NAPOLI È UNA VICENDA PIUTTOSTO INTRICATA E AFFASCINANTE CHE COINVOLGE CANOVA E, DUECENTO ANNI DOPO, INCREDIBILMENTE ANCORA LUI. UNA STORIA DI OPERE DISTRUTTE, DUE MODELLI IN GESSO CHE PROBABILMENTE ERANO TRE, UN CAVALLO A PEZZI, LA DIGITALIZZAZIONE E UN RESTAURO VIRTUALE CHE PUÒ RESTITUIRCI UN INEDITO PIÙ AUTENTICO DI QUANTO SI POSSA IMMAGINARE. CI RACCONTA QUESTA STORIA LA STUDIOSA CHE HA VOLUTO INDAGARE A FONDO, CON TECNOLOGIE AVANZATE, IL LAVORO DEL GRANDE SCULTORE.

Chiara Casarin

Questa storia ha tanti incipit, eppure tutti conducono allo stesso epilogo. Per esempio, potrebbe iniziare con le stesse parole con cui iniziava la perizia scritta nel 2006 dal restauratore chiamato a Bassano del Grappa per analizzare i pezzi che componevano un cavallo colossale realizzato da Antonio Canova: «Il cavallo in gesso venne segato in numerose parti e accatastato in un locale; da una verifica effettuata pare che ci siano quasi tutti i pezzi del corpo ma che sia assente il basamento. Nello smontaggio del cavallo non venne seguito il criterio di assemblaggio dell’artista, ma bensì venne brutalmente segato, sacrificando porzioni di materia originale. All’interno dei frammenti si nota l’armatura originale fatta di ferro ma anche di piccoli tronchi di legno e pezzi di mattone e cocci utilizzati per rinforzare alcune zone». La perizia proseguiva con la descrizione minuziosa di tutti i passaggi volti al rimontaggio e quindi al restauro del gesso, operazione che non fu mai portata a termine, forse per il suo costo elevato o, più probabilmente, perché i frammenti, rimasti per quasi cinquant’anni ammassati in casse di legno aperte in un magazzino, avevano anche subito deformazioni irreversibili causate dall’umidità.

Questa storia potrebbe anche cominciare nel dicembre del 1806, quando Giuseppe Bonaparte, re di Napoli, chiese a Canova di realizzare un monumento equestre per suo fratello Napoleone. Negli epistolari e negli archivi canoviani (che ho consultato a Bassano, a Possagno, all’Archivio di Stato di Napoli, all’Archivio segreto del Vaticano, al MANN e all’Archivio storico del Museo di San Martino di Napoli), abbiamo rinvenuto molte informazioni preziose su cronologie e dettagli delle commissioni, insieme ad alcune frasi che ci consentono di capire qual era il gusto dell’epoca («deve essere somigliante al Marc’Aurelio del Campidoglio »), e poi ricevute di pagamento, disegni e considerazioni sulla modellazione, che l’autore appuntava durante le lavorazioni e inviava a fidati e illustri conoscitori d’arte per raccoglierne le impressioni. Mentre la lavorazione del gesso, a grandezza superiore al naturale, veniva completata nel 1809, sul trono di Napoli arrivò Ferdinando I di Borbone che impose di cambiare il soggetto ritratto: non più Napoleone ma Carlo III. Eseguita la modifica, il gruppo scultoreo fu infine fuso in bronzo e posizionato in piazza del Plebiscito, dove ancora oggi è possibile ammirarlo.

Un terzo incipit di questa storia potrebbe invece essere quello del 1819, data in cui venne avviata la realizzazione del secondo monumento equestre di piazza del Plebiscito, quello dedicato allo stesso Ferdinando I. Eseguiti i lavori di modellazione in gesso del solo cavallo, nel maggio 1822 Antonio Canova si recò a Napoli per far eseguire la fusione, della quale però non intendeva occuparsi: «È un’operazione ardimentosa e difficile a me sconosciuta, non posso dare lumi né avvertimenti di alcuna sorta», scriveva all’amico Quatremère de Quincy. Il 13 ottobre Canova moriva lasciando il gruppo scultoreo incompiuto. La casa borbonica indisse dunque un concorso affinché l’opera fosse portata a termine e ad aggiudicarsi la commissione fu Antonio Calì: da ciò che era dato sapere fino alle nostre recenti indagini, fu lui a realizzare la sola figura del cavaliere (Ferdinando I) ancora mancante.

Un quarto possibile inizio, fu il successivo trasloco, voluto dal fratellastro di Antonio Canova, monsignor Sartori Canova, per spostare a Possagno e a Bassano del Grappa tutto quello che si trovava nello studio romano del grande scultore: opere, album, taccuini, documenti e la collezione d’arte. Giunsero da Roma a Bassano due colossali cavalli in gesso di cui solo uno con cavaliere. La fama delle regali commissioni dovette trarre in inganno gli studiosi, che riconobbero in quel cavallo il modello in gesso del monumento equestre incompiuto dedicato a Ferdinando I e poi completato da Calì. Al numero 60 del registro ingressi del Museo civico di Bassano del Grappa redatto da Francesco Trivellini nel 1868, però, si legge: «Canova - cavallo colossale senza cavaliere», senza menzione alcuna del sovrano. Fu tra il 1903 e il 1911 che il direttore del museo bassanese Paolo Maria Tua appuntò sull’inventario: «Modello originale in gesso del cavallo colossale preparato per il monumento equestre per Ferdinando IV [poi Ferdinando I] di Napoli.

Non venne tradotto in bronzo», facendo esplicito riferimento alla lettura che ne diede Isabella Teotochi Albrizzi nel 1823, la quale aggiungeva: «L’infausta sorte non permise allo Scultore né meno di condurre in modello l’ideata statua del Monarca». Nonostante nell’inventario del Tua vi fosse esplicita l’informazione che il modello in gesso del cavallo non divenne mai bronzo, la letteratura e la critica successive hanno sempre riportato l’errata interpretazione, identificandolo, quindi, come il modello del gruppo scultoreo napoletano.


Antonio Canova, Monumento equestre a Carlo III (1807-1809);


Antonio Calì (su modello ideale di Antonio Canova), Monumento equestre a Ferdinando I (1819-1827), Napoli, piazza del Plebiscito.


Veduta del Cavallo colossale nelle sale del museo di Bassano, poco prima del sezionamento (1967).


Momento di elaborazione dei dati e di rimontaggio dei frammenti grazie a speciali software per il restauro virtuale.

Il 24 aprile del 1945 un bombardamento di Bassano coinvolse il museo e mandò in frantumi il grande gesso con cavallo e cavaliere ritraente Carlo III. Nel 1969 anche il cavallo senza cavaliere subì la medesima sorte ma, stavolta, non per cause belliche. È del 25 gennaio di quell’anno la comunicazione, all’allora direttore del museo Bruno Passamani, da parte della Soprintendenza alle gallerie e alle opere d’arte, che recita: «Dopo tante incertezze, il Ministero ha autorizzato lo smontaggio del cavallo canoviano alle condizioni note». Smontaggio che avrebbe dovuto seguire le indicazioni, riportate in più disegni, in cui Antonio Canova stesso prefigurava la necessità di movimentazione dell’imponente scultura. Ma il gesso venne segato impedendone così la ricostruzione e il conseguente restauro ipotizzato nel 2006.

Ed eccoci all’epilogo, comune ai tanti possibili incipit: nel 2016, al mio arrivo a Bassano del Grappa in qualità di direttore, diedi avvio alle operazioni di digitalizzazione tridimensionale di gran parte del patrimonio canoviano, dagli album di disegni al modellino in argilla delle Tre Grazie – ora accessibili al pubblico e anche ai non vedenti – e a tutti i frammenti in gesso del grande cavallo ricoverati nelle casse al piano terra di palazzo Bonaguro. Grazie alle nuove tecnologie, il team di Factum Foundation riuscì, in undici mesi, a realizzare un complicatissimo ma completo restauro virtuale, integralmente documentato in Atelier Canova (Marsilio 2019). Le nuvole di punti della fotogrammetria e le scansioni tridimensionali realizzate con uno scanner laser non solo hanno consentito di restaurare virtualmente l’opera nella sua integrità, così come era ritratta nelle numerose foto d’epoca, ma hanno condotto a una straordinaria scoperta: le accurate riprese a oltre 100 micron di definizione hanno rivelato che il gesso canoviano, con ogni certezza, non era quello utilizzato da Antonio Calì per portare a compimento il gruppo scultoreo di piazza del Plebiscito. Calì, quindi, sarebbe l’unico autore sia del cavaliere che del cavallo, con buona pace di chi ha sempre riconosciuto nella statua dell’animale la mano del maestro di Possagno. D’altronde, bastava notare le differenze nell’acconciatura di coda e criniera per insospettirsi.

Così, le nuove tecnologie ci hanno consentito di riscrivere un’importante pagina della storia di Antonio Canova scoprendo l’esatta attribuzione dell’attuale gruppo scultoreo napoletano e desumendo che i cavalli plasmati da Antonio Canova siano stati tre e non due come si è sempre creduto. Tra questi il terzo, quello segato nel 1969 e mai fuso in bronzo, potrebbe essere realizzato oggi nelle sue dimensioni reali, dopo la piccola ma fondamentale fusione che abbiamo realizzato in scala 1.10, oggi esposta nel museo bassanese. Grazie all’accuratezza delle scansioni, senza interpretazione alcuna, si può oggi portare finalmente a termine ciò che Canova aveva ideato e regalando al mondo un’opera da considerarsi autentica a tutti gli effetti: anche quando era in vita, infatti, egli non si occupava dei lavori di fonderia, perché il bronzo era un materiale che gli impediva il celebre ultimo ritocco di levigatura che riservava alle sculture in marmo per la resa epidermica degli incarnati. Se duecento anni fa i collaboratori di Canova utilizzavano i “repères” – quei chiodini sapientemente posizionati sulla superficie dei gessi per garantire una certa fedeltà nella realizzazione dei numerosi esemplari in marmo – oggi, con le scansioni tridimensionali, questi punti di riferimento si moltiplicano pressoché all’infinito e ci garantiscono l’assoluta corrispondenza tra il modello e la sua fusione. Un’opera autentica, dunque, anche se fusa a distanza di due secoli.


Dettaglio del busto del Cavallo durante le fasi di montaggio del mdellino in scala 1:10.


Il modellino del Cavallo colossale in resina montato per la realizzazione della matrice per la fusione.

ART E DOSSIER N. 413
ART E DOSSIER N. 413
OTTOBRE 2023
In questo numero: JAN FABRE Il rave party sulla vetta dell’Olimpo di Melania Rossi; STORIE A STRISCE: Il fumetto si fa museo di Sergio Rossi;  GRANDI MOSTRE. 1 - IcOnes a Venezia - Verso l’invisibile (e oltre) di Ilaria Ferraris; GRANDI MOSTRE. 2 - Gertrude Stein e Pablo Picasso a Parigi - Un dialogo all’avanguardia di Valeria Caldelli