IL PELLEGRINO
SULLA STRADA DI DIO

«Mio padre è pastore in un piccolo villaggio olandese. A undici anni sono andato a scuola e l’ho frequentata sino a sedici anni. A quel punto dovevo scegliermi un lavoro e non sapevo cosa fare. Grazie all’interessamento di un mio zio, socio della Goupil & Co., una ditta di mercanti d’arte e di editori di stampe, ho trovato un posto presso la sede dell’azienda all’Aja. Vi ho lavorato per tre anni. In seguito sono andato a Londra per imparare l’inglese, poi, dopo due anni, a Parigi»
(69A, della raccolta delle lettere di Vincent van Gogh)

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Così nel giugno del 1876 Vincent van Gogh, a 23 anni, descriveva la sua vita. Poco tempo prima – il 1° aprile – si era licenziato dalla Goupil & Cie, dopo sette anni di impiego che lo avevano portato all’Aja, Londra e Parigi. Sebbene in quegli anni non avesse ancora la minima idea di quel che avrebbe fatto poi, è certo che le sue visite a musei e mostre e il suo profondo interesse per la letteratura inglese e francese hanno influito sul corso della sua vita futura. Nell’agosto del 1872 dall’Aja aveva scritto una lettera a suo fratello Theo, di quattro anni più giovane: sarebbe stata la prima di una lunga serie di lettere, tutte conservate, che l’avrebbero tenuto profondamente legato, sino alla morte, al fratello, amico e confidente. Lo fa costantemente partecipe delle sensazioni che gli provocano la natura e l’arte. Una volta trasferito per lavoro a Parigi, il 31 maggio 1875 Vincent scrive a Theo, anch’egli nel frattempo entrato nella ditta Goupil: «Ieri ho visto la mostra di Corot [...] Nel Salon ci sono tre Corot, bellissimi [...] Come puoi ben immaginare ho visto anche il Louvre e il Lussemburgo [...] Vorrei tanto che tu potessi vedere i piccoli Rembrandt, I pellegrini di Emmaus e la coppia de I filosofi» (27). Il 6 luglio 1875 comunica ancora da Parigi: «Ho preso in affitto una stanzetta a Montmartre. È piccola, ma guarda su un giardinetto pieno di edera e di viti selvatiche » e dice che alle pareti ha messo stampe di Thijs Maris, Daubigny, Corot, Millet (30). L’edera deve aver avuto per Vincent anche un valore simbolico, così come lo ebbero altre piante e fiori. Per lui l’edera è simbolo dell’amicizia, quella che lo legò soprattutto a Theo. Il 21 gennaio 1877 scrive da Dordrecht: «Dalla mia finestra vedo alberi di pino e di pioppo e il retro di vecchie case dove, sulle grondaie, si arrampica l’edera ». E, come ama fare, cita: «L’edera è una strana, vecchia pianta, disse Dickens» (84).


Autoritratto (Saint-Rémy, 1889); Washington, National Gallery of Art.

Vincent van Gogh in una foto del 1871; Amsterdam, Van Gogh Museum.


Sottobosco (Saint-Rémy, 1889); Amsterdam, Van Gogh Museum.


una foto di Theo van Gogh; Amsterdam, Van Gogh Museum.

AVVERTENZA
Le lettere di Vincent van Gogh vennero raccolte dalla cognata Jo, la vedova di Theo van Gogh, e pubblicate con il titolo Verzamelde brieven in quattro volumi nel 1952-1954, in occasione del centenario della nascita dell’artista. Sono quindi seguite varie edizioni tradotte, fra cui di particolare interesse è stata quella inglese The Complete Letters of Vincent van Gogh, pubblicata da Thames & Hudson a Londra nel 1958, comprendente varie aggiunte al corpus. In Italia l’epistolario è stato pubblicato da Silvana Editoriale d’Arte: Tutte le lettere di Van Gogh, Milano 1959. Dal 2009 la raccolta completa delle lettere di Van Gogh è online su
http:// vangoghletters.org/vg, con concordanze con i numeri della citata edizione del 1952-1954 (e 1958) e quella completa olandese del 1990. Nel presente testo i numeri indicati fra parentesi dopo le citazioni dalle lettere di Van Gogh corrispondono al numero di catalogo dell’epistolario, secondo l’edizione italiana.


Disegno di un dipinto di De Nittis in una lettera di Van Gogh su carta intestata della Goupil & Cie. (Parigi, 24 luglio 1875; n. 32); Amsterdam, Van Gogh Museum

Molto di quello che Vincent van Gogh esprime nelle sue prime lettere, lo ritroviamo più tardi nel suo lavoro; egli rimane fedele per tutta la vita alle idee e ai pensieri che man mano si forma. È indicativo il fatto che il dipinto Sottobosco sarà spedito a Theo da Saint-Rémy nell’autunno del 1889 e Theo risponderà: «Penso che tu sia il migliore quando crei delle cose vere come queste [...] il sottobosco con l’edera, in altezza» (22 ottobre 1889; T 19). 

Il 24 luglio 1875, Parigi: «Un paio di giorni fa abbiamo preso un quadro di De Nittis, la vista di Londra in un giorno di pioggia, il ponte di Westminster e il Parlamento [...] Quando vidi tutto questo sentii quanto amavo Londra» (32). È un pezzo di quella Londra che vedeva spesso, durante il suo soggiorno londinese, quando andava al lavoro e per spiegarlo ancor più chiaramente a Theo fece nella lettera uno schizzo del dipinto di De Nittis che tanto gli piaceva. 

Una volta lasciata la Goupil & Cie nel 1876, Vincent compie un breve soggiorno a Etten nel Brabante, dove il padre nel frattempo si era trasferito. Ben presto poi parte per Ramsgate in Inghilterra, dove lavora come vice-istitutore nella piccola scuola di William Port Stokes, ricevendo come compenso il vitto e l’alloggio. Vi rimane fino a luglio, per passare quindi a Isleworth, un sobborgo operaio di Londra, dove Stokes aveva trasferito la sua scuola. Con l’intento di diventare pastore, Vincent diviene aiuto predicatore e istitutore presso il reverendo Jones, metodista. Il 4 novembre Vincent tiene il suo primo sermone, sul tema dell’uomo pellegrino sulla strada verso Dio. Trae ispirazione dal dipinto di George Henry Boughton intitolato Dio mette fretta! Pellegrino sulla via di Canterbury; il tempo di Chaucer visto a Londra alla Royal Academy nel 1874, ma anche dal libro di John Bunyan The Pilgrim’s Progress (1678) che consiglia caldamente a Theo di leggere (82). Il titolo della sua predica comprende i temi del quadro e del libro: «Noi siamo dei pellegrini, la nostra vita è un lungo cammino, un viaggio dalla terra al cielo» (79). 

Durante il breve soggiorno in Inghilterra, di tanto in tanto prende in mano la matita da disegno per trasmettere a suo fratello qualche impressione sull’ambiente che lo circonda. Come da Ramsgate, il 31 maggio 1876: «Ecco uno schizzo di quel che si vede dalla finestra della scuola [...] Avrei voluto tu potessi vedere lo stesso scorcio questa settimana, nei giorni di pioggia, soprattutto al crepuscolo quando vengono accesi i lampioni e la loro luce si riflette sulle strade bagnate» (67). 

Nel 1877 da gennaio ad aprile Vincent lavora come commesso in una libreria a Dordrecht. In maggio prende alloggio presso uno zio ad Amsterdam per prepararsi, sulle orme del padre, a seguire gli studi di teologia all’Università. Le lezioni di latino e greco, che deve seguire, gli riescono però troppo pesanti. Lascia Amsterdam e segue un breve corso di lezioni a Bruxelles presso una scuola di evangelizzazione per poter realizzare il proponimento che lo anima: diffondere il Vangelo tra gli uomini. Nell’autunno del 1878 si butta con ardore fanatico nel suo impegno di dedizione cristiana al prossimo nella regione mineraria del Belgio, il Borinage. Nelle sue lettere, non così numerose come prima, descrive in modo particolareggiato e avvincente la vita dei minatori.


La canonica e la chiesa a Etten (1876); Amsterdam, Van Gogh Museum.

Nel 1878 l’incarico temporaneo di predicatore laico, assunto da Vincent nella cittadina di Wasmes presso Mons, non gli viene rinnovato dalla scuola di evangelizzazione di Bruxelles. Dopo l’infelice esperienza, sconvolto Vincent si stabilisce a Cuesmes, ancora nel Borinage. Nel giugno del 1880 Van Gogh scrive a suo fratello, che nel frattempo lavora a Parigi, per ringraziarlo del regalo di venti franchi. Questo aiuto finanziario è il primo di una serie di elargizioni che Theo gli farà da allora e che gli renderanno possibile cominciare e poi continuare la sua attività artistica. Questa lettera di Vincent può essere considerata la chiave per capire la sua visione della vita come uomo e come artista nei successivi dieci anni: «È con un po’ di riluttanza che ti scrivo, perché da troppo tempo non faccio nulla, e questo per svariate ragioni. In una certa misura sono diventato estraneo a me stesso [...] A Etten ho saputo che mi avevi mandato venti franchi, ebbene, li ho ricevuti [...] Ed è proprio per ringraziarti che ti scrivo [...] Adesso devo annoiarti con alcune cose astratte, però vorrei che tu le ascoltassi con pazienza. Io sono un passionale, capace e incline a fare cose più o meno pazze, di cui qualche volta finisco più o meno col pentirmi. Mi capita per esempio di parlare o di agire un po’ troppo in fretta, quando sarebbe meglio mostrare un po’ più di cautela. Penso naturalmente che anche altri fanno di queste imprudenze [...] Per dirne una fra tante, ho una incontenibile passione per i libri, e ne ho bisogno per maturare di continuo o, se vuoi, per studiare, come ho bisogno del pane per mangiare. Tu potrai capirlo. Quando mi trovavo in un altro ambiente, in un ambiente di quadri e opere d’arte, mi è venuto per quell’ambiente un trasporto appassionato, una vera e propria esaltazione. E non mi rincresce affatto, e adesso che sono lontano dal mio paese ho spesso nostalgia per il paese della pittura [...] Sarebbe però un errore se tu volessi credere che adesso io sia meno preso da Rembrandt, o da Millet, o da Delacroix, o da chicchessia, mentre è proprio vero il contrario, solo che, vedi, ci sono tante cose che dovresti capire e amare, c’è Rembrandt in Shakespeare, Correggio in Michelet, e Delacroix in V. Hugo [...] E in Bunyan c’è Maris o Millet e nella Beecher Stowe c’è Ary Scheffer [...] A primavera un uccello in gabbia sa bene che c’è qualcosa a cui potrebbe servire, sente benissimo che ci sarebbe qualcosa da fare, ma non ci può far nulla, e cos’è questo? Non si ricorda bene, ha idee vaghe e dice: ‘’Gli altri fanno i loro nidi e portano fuori i loro piccoli e li cibano” e poi sbatte il suo capino contro le grate della gabbia.


Veduta di Ramsgate (aprile - maggio 1876); Amsterdam, Van Gogh Museum.

Ma la gabbia resiste e l’uccello impazzisce dal dolore. “Guarda che fannullone”, dice un altro uccello che passa lì davanti, “quello è un tipo che vive di rendita”. Eppure il prigioniero continua a campare, non muore, fuori non appare nulla di quel che ha dentro, è in buona salute, e di tanto in tanto è allegro sotto i raggi del sole. Ma poi viene il tempo degli amori. Ondate di depressione. “Ma ha poi proprio tutto quel di cui ha bisogno?” dicono i bambini che si prendono cura di lui e della sua gabbietta. E lui sta appollaiato con lo sguardo proteso verso il cielo, dove sta minacciando un temporale, e dentro di sé sente ribellione per la sua sorte. “Me ne sto in gabbia, me ne sto in gabbia, e non mi manca niente, imbecilli! Ho tutto ciò di cui ho bisogno! Ma per piacere, libertà, lasciatemi essere un uccello come gli altri!”. Così, talvolta, un uomo che non fa nulla assomiglia a un uccello che non fa nulla» (133). Un mese dopo, il 20 agosto 1880, egli scrive ancora: «Devi sapere che sono occupatissimo a far dei grandi schizzi copiando da Millet, e così ho fatto le Ore della giornata e anche il Seminatore» (134). Qualche mese dopo Vincent van Gogh è già tutto preso a esercitarsi nel disegnare figure umane seguendo gli esempi di Van Bargue e copiando quadri. Sin dall’inizio i suoi disegni rivelano un grande talento compositivo e mostrano una cifra personalissima.


Fabbrica di carbone nel Borinage (1879); Amsterdam, Van Gogh Museum.

VAN GOGH
VAN GOGH
Ronald de Leeuw
La presente pubblicazione è dedicata a Vincent Van Gogh. La vita, il suo percorso e la sua produzione artistica: genio e follia di un grande maestro tra impressionismo ed espressionismo.