Le NiNfee

In vecchiaia, Monet dedica tutta la sua attenzione e la sua energia al giardino. Ne mette in evidenza il fascino e la poesia in un’incalcolabile quantità di composizioni.

Ma, più ancora degli alberi e dei fiori, sono le superfici d’acqua ad attrarlo. Nel giugno del 1890, confida agli intimi: «Ho di nuovo ripreso cose impossibili da fare: dell’acqua con erba che ondeggia sul fondo [...] è stupendo da vedere, ma è pura follia volerlo fare». I primi schizzi delle Ninfee sono stati retti da questa ossessione. Nel 1902, ha fatto una serie di quarantotto paesaggi d’acqua, che rappresentano tutti lo stesso angolo del suo impero vegetale. Dice Geffroy: «Ha ottenuto un minuscolo stagno dalle acque sempre limpide, lo ha circondato d’alberi, di arbusti, di fiori di sua scelta, e ne ha ornato la superficie con ninfee di diversi colori [...] Sopra quest’acqua fiorita, un leggero ponte di legno, sul genere dei ponti giapponesi, e nell’acqua, tra i fiori, tutto il cielo che filtra, tutta l’aria che gioca attraverso gli alberi, tutto il movimento del vento, tutte le sfumature delle ore, tutta la gracile immagine della natura circostante».
Le Ninfee saranno oggetto di due esposizioni presso Durand-Ruel, una nel 1900 e l’altra nel 1909. È in quel periodo che Monet sogna un’opera senza precedenti. Roger-Marx gli attribuisce, in un dialogo immaginario, «la tentazione [...] di utilizzare, per la decorazione di un Salon, il tema delle Ninfee, trasportato lungo i muri e che avvolga tutte le pareti con la sua unità, procurando così l’illusione di un tutto senza fine, di un’onda senza orizzonte né rive; [...] questa stanza potrebbe dare asilo ad una pacata meditazione in seno ad un acquario fiorito».
Interrotto da una malattia agli occhi, Monet tuttavia non desiste. Nel 1914 fa costruire un terzo atelier a Giverny, che sarà pronto solo nel 1916. Fa allora sistemare delle tele su telai lunghi oltre quattro metri e alti due, che possono essere spostate su cavalletti mobili. Dispone queste tele in ovale attorno all’atelier. Monet può allora lavorare basandosi su schizzi o sulla memoria e dipinge senza sosta: «Dipingo di giorno, ma dipingo anche la notte, in sogno». Il duca De Trévise che gli fa visita regolarmente, è stupefatto: «Mi mostra studi vasti e sconcertanti, fatti apposta, sul posto, nel corso delle ultime estati: intrichi di tinte trasparenti [...] bizzarri assortimenti di lane immateriali». Nell’agosto del 1918, Monet è ancora lontano dall’aver completato l’ultimo capolavoro: «Sappiate», scrive in una lettera, «che sono assorbito dal lavoro. Questi paesaggi d’acqua e di riflessi sono diventati un’ossessione [...] Ne ho distrutti [...] Poi ricomincio ». Quando René Gimpel e Georges Bernheim si recarono nello stesso anno a vedere l’ultima opera di Monet, apparve loro uno strano e affascinante spettacolo: «Un panorama fatto d’acqua e di ninfee, di luce e di cielo. In quell’infinità acqua e cielo non avevano né inizio né fine. Ci parve d’essere presenti a una delle prime ore della nascita del mondo». Quanto sforzo costarono a Monet, lo rivela una confessione del 1925: «Non dormo più per colpa loro. Di notte sono ossessionato da ciò che sto cercando di realizzare [...] Ciononostante non vorrei morire prima di aver detto tutto quel che avevo da dire; o almeno aver tentato di dirlo. E i miei giorni sono contati. Domani, forse...».
Comunque, alla fine della prima guerra mondiale, fa dono allo Stato di queste “decorazioni”. Clemenceau, l’artefice della vittoria soprannominato “la tigre”, tiene ad assegnare loro le sale dell’Orangerie alle Tuileries. Ma Monet non ha ancora finito: vi si dedicherà fino al 1926. Quando Vuillard lo viene a trovare in giugno e si stupisce davanti ai suoi quadri, egli gli mostra l’ordine definitivo col quale verranno esposti nella rotonda dell’Orangerie. Monet si spegne il 6 dicembre. Nel maggio del 1927 le Ninfee vengono inaugurate all’Orangerie.
Geffroy, che l’ha preceduto nella morte, ha voluto rendere omaggio a questa straordinaria realizzazione con queste parole: «Questa misura senza fine del suo sogno e del sogno della vita, egli l’ha formulata, ripresa, e di nuovo formulata senza sosta col travolgente sogno della sua arte davanti all’abisso luminoso del bacino delle ninfee [...] Ha scoperto e dimostrato che tutto è dappertutto».
E Henri de Régnier, nel suo Vestigia Flammae, compone il suo epitaffio: «Et pour vous, o Monet, le plus beau paysage / sera toujours celui que vous peindrez demain».


Ninfee (1914), Portland, Portland Art Museum.

Monet accanto a un dipinto con le ninfee, nel 1924-1925, nello studio di Giverny.

Ninfee (1908); Vernon, Musée Municipal Alphonse Georges Poulain.

Il ponte giapponese (1918-1924); Parigi, Musée Marmottan Monet.


Il ponte giapponese (1919 circa); Parigi, Musée Marmottan Monet.

A sinistra: Ninfee (1917); Parigi, Musée Marmottan Monet. Quando René Gimpel e Georges Bernheim si recarono nel 1918 a vedere l’ultima opera di Monet, così descrissero lo spettacolo: «Un panorama fatto d’acqua e di ninfee, di luce e di cielo. In quell’infinità acqua e cielo non avevano né inizio né fine. Ci parve d’essere presenti a una delle prime ore della nascita del mondo».

Ninfee: chiaro di mattina con i salici (1922-1926); Parigi, Musée de l’Orangerie.

MONET
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Gérard-Georges Lemaire
La presente pubblicazione è dedicata a Claude Monet, caposcuola del movimento che rivoluzionò la pittura europea della fine dell'Ottocento. Dalle prime prove, al Salon, alla storica esposizione del gruppo impressionista nel 1874, dalla scoperta della pittura en plein air, all'estrema avventura della Ninfee, l'itinerario di Monet è ricostruito passo per passo anche con l'aiuto dei documenti dell'epoca e dei ricordi del pittore.