XXI SECOLO
FULVIO VENTURA

NON SONO UN
FOTOGRAFO
DI GIARDINI


LA NATURA, IL SUO TERRENO PREDILETTO; LE SUE IMMAGINI CONNOTATE DA SPIRITUALITÀ, METAFISICA, MISTERO E MAGIA. EPPURE FULVIO VENTURA, SCOMPARSO UN PAIO DI ANNI FA, È SEMPRE STATO CRITICATO ED ETICHETTATO COME «IL FOTOGRAFO DEI GIARDINI». ERA MOLTO DI PIÙ, COME CI HA RACCONTATO NELLA NOSTRA INTERVISTA GIULIA ZORZI, CURATRICE DEL VOLUME SAGACITY DI VENTURA, PUBBLICATO NEL 2021 DA THE ICE PLANT.

FRANCESCA ORSI

L'anno scorso, dall’editore americano The Ice Plant, è stato pubblicato il libro Sagacity di Fulvio Ventura, a cura di Giulia Zorzi. Un’opera che arriva dal passato, un progetto che ha visto i lumi dell’allora nascente fotografia italiana del paesaggio, un autore che – oltre ad aver partecipato alla rivoluzionaria mostra Viaggio in Italia a cura di Luigi Ghirri, Gianni Leone ed Enzo Velati – si era già fatto strada con una propria ricerca sulla natura del metafisico. Classificato come «il fotografo dei giardini», Fulvio Ventura ha saputo cogliere l’identità naturale del reale, la sua spiritualità e, in alcuni casi, anche la sua giocosità. Il suo libro risulta come la fitta trama di un film giallo, pieno di indizi e di domande sul mondo, sulla vita, e sull’essere umano. Abbiamo intervistato Giulia Zorzi per conoscere meglio Fulvio Ventura e il suo lavoro, bistrattato dal tempo e ora fortunatamente riscoperto.


Chi era Fulvio Ventura e come si avvicinò alla fotografia?
Fulvio Ventura era un fotografo torinese, nato nel 1941, molto appassionato, già da giovanissimo, di musica jazz e in un secondo momento di fotografia. Un libro di Edward Weston gli fece scattare la scintilla per questo linguaggio; l’inizio del suo personale percorso fotografico, invece, avvenne conoscendo Ugo Mulas a Milano, del quale divenne assistente.

E poi come continuò fino ad arrivare a Luigi Ghirri?
Successivamente ha conosciuto Franco Fontana nel negozio di arredamento della sua famiglia. Nel 1973 fu proprio lo stesso Fontana a presentarlo a Luigi Ghirri, di cui Ventura diventò presto molto amico.
La storia del progetto Sagacity, edito nel 2021 da The Ice Plant, si interseca anche con la storia della casa editrice Punto e Virgola, fondata da Ghirri con la moglie Paola Borgonzoni e Giovanni Chiaramonte…

Prima che la casa editrice Punto e Virgola fallisse era prevista l’uscita di una monografia di Fulvio Ventura, Souvenir. Esiste un contratto editoriale del 1978, firmato da Luigi Ghirri, per la pubblicazione di quel libro in duemilacinquecento copie.
Le immagini appartenevano sostanzialmente a Sagacity, il cui titolo completo sarebbe Sagacity, Sunstar e Salamandra.
Poi la casa editrice fallì e il libro non fu mai pubblicato. Solo dopo la morte di Fulvio ho trovato il menabò di quell’inedito.


E com’era?
Era più ampio, c’erano più immagini, anche perché Souvenir non includeva solo immagini di Sagacity. Ma il cuore del progetto è rimasto lo stesso. Inoltre Fulvio, anche dopo il fallimento della casa editrice, fino a quando è morto nel 2020, ha continuato a portarlo avanti, producendo molto altro materiale.

Come avete lavorato insieme per la produzione del libro?
La selezione, in parte, l’ho fatta insieme a lui, mentre era in vita. Curando il libro ho inserito, però, anche degli elementi che appartengono alla mia personale sensibilità come la presenza ripetuta del numero “tre”: trentatre immagini, trentatre euro di costo, la presenza di una piramide in una fotografia. Una chiara simbologia spirituale. Fulvio non era religioso, ma aveva una sentita spiritualità.

E come vi siete conosciuti?
Semplicemente era venuto a Micamera anni prima, la mia libreria a Milano. Poi lui mi invitò a Ghiffa (Verbano-Cusio-Ossola), a casa sua, un posto magico. Mi ha fatto vedere alcune stampe, io conoscevo il suo lavoro solo dal catalogo della Biennale d’arte di Venezia del 1993 - dove, al padiglione Italia, Arturo Carlo Quintavalle aveva curato la mostra Muri di carta - e dal progetto Archivio dello spazio.

Ventura è conosciuto come «il fotografo dei giardini», ma Sagacity racchiude qualcosa che va oltre questo epiteto, racchiude un linguaggio e una ricerca specifica e molto personale. Qualcosa di metafisico e spirituale…
La componente spirituale è una caratteristica essenziale di tutto il lavoro di Fulvio Ventura. La sua produzione si è sempre concentrata sull’idea della natura come presenza del metafisico. Lui immortalava le ombre degli alberi, prima degli alberi stessi. Guardava ai giardini, alle piante, a ogni forma naturale come a un qualcosa che andava oltre il visibile.

Quali erano le radici di questa sua personale lettura?
Gli studi di filosofia e il pensiero di Georges Ivanovič Gurdjieff, filosofo, musicista e mistico originario del Caucaso. Fulvio era un uomo molto colto, per cui le influenze erano diversificate.


Come nasce per Ventura, negli anni Settanta, l’idea del progetto Sagacity, Sunstar e Salamandra?
Nasce dalla casualità, dal ritrovamento, in un negozio dell’usato, di una targa di ottone che rimandava al nome di tre cavalli: Sagacity, Sunstar e Salamandra. Nasce anche dalla casuale visione in televisione di un film di spionaggio, ricco di “suspense” e incentrato sul costante moto del protagonista verso la ricerca della verità, elemento che ritorna anche in Sagacity. È chiaro anche il riferimento alla poetica surrealista di André Breton.

Perché Sagacity ha trovato solo ora un editore?
Probabilmente, finora, nessuno si era appassionato così tanto a questo lavoro. Ci tenevo particolarmente che venisse pubblicato da un editore americano, perché Fulvio, come molti fotografi italiani della sua generazione, guardava alla fotografia americana come a una fonte di ispirazione.

Nello specifico sono evidenti i richiami alla ricerca visiva di Lee Friedlander, per esempio…
Sicuramente quella di Friedlander è stata un’influenza molto importante per Fulvio, come lo è stata per molti altri di quel periodo. La fotografia americana era un punto fermo per loro, uno stimolo.

La ricerca di Fulvio Ventura sul paesaggio si è sempre focalizzata nel rappresentare una natura non antropizzata, come scrisse lui, «luogo di apparizioni». Le immagini di Genius Loci (fine anni Settanta – inizi anni Ottanta), riutilizzate anche per Viaggio in Italia, ne sono un esempio. In Sagacity, invece, l’uomo compare spesso e non solo come apparizione. In che ruolo?

C’è una fotografia, per esempio, con una statua illuminata immersa nella boscaglia e un uomo seduto sulla panchina, poco distante. Quella immagine è stata scattata a Salisburgo, nel parco di Mirabellgarten, dove Mozart compose Il flauto magico. Ritorna così la magia, l’onirico. La presenza umana è poi letta in chiave gialla, misteriosa, ispirata a quel famoso film di spionaggio che Fulvio vide in televisione e di cui nel tempo si è perso il titolo, e nell’ottica dell’inseguimento della musa, della donna.


Verso la fine del libro compare una sovrapposizione di due immagini, sicuramente non casuale. Nella prima compare un fagiano ripreso da dietro che contempla la natura, nella seconda un uomo, di spalle, cammina immerso in una distesa di alberi ad alto fusto. La posizione delle due figure è la stessa, e sembrano fondersi insieme…

La foto del fagiano è un chiaro riferimento a Isola Madre, Verbania, Novara, 1982, l’immagine più famosa di Ventura esposta per Viaggio in Italia. Unita all’immagine che viene dopo, l’uomo nel bosco vuole essere un mio personale omaggio a Fulvio stesso, a quel suo valicare l’epiteto «fotografo dei giardini» di cui parlavamo prima. Questo omaggio funge da chiusura del libro infatti.


Come si inserisce Ventura nella ricerca sul paesaggio degli anni Settanta-Ottanta, confluita poi in Viaggio in Italia?
Lui era un grande estimatore e amico di Luigi Ghirri ed era molto felice di aver partecipato a quel progetto, ma teneva sempre a precisare come la richiesta di Luigi fosse stata di inviare delle immagini già prodotte, non da produrre, e questo contribuì, in qualche modo, a confinarlo nel ruolo di «fotografo dei giardini».

Cosa ha conferito alla pubblicazione l’apporto creativo di Jason Fulford come designer del libro?
Con Jason abbiamo un rapporto di amicizia molto stretto. Lavorando alla sequenza di Sagacity mi sono confrontata anche con lui, ma il suo ruolo è stato più specificatamente quello di designer dell’oggetto-libro. Lo ha improntato su una dimensione quasi cinematografica: l’orizzontalità, la copertina che sembra la locandina di un film, i colori, il font e la grafica del titolo (Fulvio Ventura’s SAGACITY). L’impaginazione è molto classica, così da permettere ampio respiro alle immagini, che hanno bisogno di essere osservate singolarmente. L’unica frase che compare nel libro è la prima frase della presentazione di Fulvio per il catalogo della mostra Muri di carta alla Biennale di Venezia del 1993 (sopra citata ): «Sono nato il 13 gennaio 1941, davanti ad un caminetto acceso e si suppone che abbia visto il fuoco». La trovo una frase meravigliosa, che lo rappresenta in modo significativo.

L’“americanizzazione” della produzione editoriale di Sagacity, con il design di Fulford e la casa editrice The Ice Plant, è stata una scelta voluta e consapevole da parte tua quindi…
È stata in parte una scelta di mercato - nel senso che volevo avesse un pubblico internazionale e, infatti, in America è andato esaurito, per esempio, prima che in Italia -, in parte anche perché era il perfetto coronamento dell’influenza della fotografia americana sul lavoro di Fulvio Ventura.

ART E DOSSIER N. 405
ART E DOSSIER N. 405
GENNAIO 2023
In questo numero: STORIE A STRISCE: Accendere la speranza di Sergio Rossi; BLOW UP: Klein e De Martiis di Giovanna Ferri; GRANDI MOSTRE. 1 - Ri-Materializzazione del linguaggio a Bolzano - Parola di donna di Marcella Vanzo; 2 - Ernst a Milano - Gli allegri mostri di Lauretta Colonnelli; ....