Pittore di corte
nel mondo

«Deve essere uno scherzo», disse Annigoni quando uno dei suoi allievi gli mostrò la lettera proveniente da Londra, dove gli veniva commissionato il ritratto della regina Elisabetta II da parte della Company of Fishmongers; «Tim prese la lettera, la lesse e rise.

Questo non è uno scherzo”, disse e mi spiegò l’importanza della “Compagnia dei Pescivendoli”. In seguito emerse che molti dei membri più influenti della compagnia erano stati alla mia mostra prima di decidere di onorarmi con la commissione per il ritratto che sarebbe poi dovuto essere appeso nella sala accanto ai ritratti di re e regine dei secoli passati»(32).


Tim Whidborne, suo allievo, fu decisivo perché Annigoni gettò la lettera, pensando davvero a una burla… Comunque questa commissione fondamentale era il frutto di un riconoscimento che già si stava consolidando. Annigoni è ormai, ufficialmente, il pittore della regina inglese; ecco come l’artista descrive il primo impatto:

«Invasione di fotografi e giornalisti. Incredibile banalità delle domande. Tutti sono impressionati dal fatto che la Regina verrà a posare nel mio studio; nello studio, veramente ottimo, che mi è toccato, questa volta, nella silenziosa Edwardes Square. Certo la cosa è insolita, e comunque m’è stata di non poco sollievo […]. Nel pomeriggio prima posa della duchessa del Devonshire. Sorprendente e spiacevole esplosione della stufa a carbone, che per poco non mette a fuoco ogni cosa. La duchessa, che volgeva le spalle alla stufa, se l’è cavata per miracolo […]. Mi derubano, nello studio, di trecento sterline. Oggi, a Buckingham Palace, primo incontro con la Regina. Emozione intensa, invincibile, che perdura. Non dimenticherò questo giorno»(33).


Il dipinto della regina segnò una svolta nel percorso artistico di Annigoni proiettandolo verso quella fama planetaria che fu per lui prodiga di importanti e prestigiose commissioni. Va da sé che l’opera sia tra le più conosciute al mondo, essendo stata peraltro veicolata attraverso una nutrita serie di strumenti di comunicazione: dalle produzioni cinematografiche (la saga storica di 007 e la più recente serie televisiva dedicata a Sherlock Holmes) alle emissioni filateliche degli ex domini britannici ecc. Qui l’artista, riprendendo la grande tradizione europea settecentesca del ritratto ufficiale di tre quarti a figura quasi intera, vuole simboleggiare, attraverso l’immagine solare di una splendida e giovane donna appena salita al trono, tutte le speranze e le aspettative di una nuova epoca della storia inglese dopo le sofferenze e i traumi della seconda guerra mondiale.

Il ritratto della regina Elisabetta di Annigoni utilizzato per la copertina del “Picture Post magazine” del 30 aprile 1955.


Ritratto di John Fitzgerald Kennedy (1962). A ogni ritratto di Annigoni, come per gli affreschi e le allegorie, si affiancano numerosi studi, schizzi, per un’elaborazione della composizione che non è mai semplice, ma estremamente sofferta e ricercata interiormente.

Comunque il ritratto andò avanti: «Come modella, la Regina non facilita il mio compito. Non sente la posa, né pare preoccuparsene. E parla molto. In compenso è gentile, semplice, e non appare mai distante […]. La famiglia reale al completo, Regina, Regina Madre, principessa Margaret, principe Filippo e i bambini, è venuta a vedere il ritratto. Alquanto scrutatrice la Madre; piena di charme, di freschezza, e circondata da un’emanazione di fonda sensualità la principessa. Molti elogi che direi sinceri»(35). In seguito Annigoni dovrà ritrarre anche la principessa Margaret e il principe Filippo. Ma il ritratto della regina Elisabetta II è uno dei ritratti più riprodotti in assoluto: francobolli, stampe, incisioni… Dopo il ritratto di Elisabetta II, Annigoni diventa “il” pittore della nobiltà inglese ed è molto richiesto; viaggia in India e al ritorno cerca di ultimare il ritratto della principessa Margaret, la sorella della regina: «La principessa Margaret viene al mio studio in South Edwardes Square, dove avranno luogo le ultime quattro pose. Mi riuscirà di concludere in bellezza? Vorrei tanto, prima di abbandonare Londra, finire questo stregato ritratto […]. Qualcosa di sbagliato nell’impianto iniziale, contro cui ho lottato tutto il tempo, permane. Credo tuttavia d’aver creato, nell’insieme, una certa atmosfera poetica»(36).


Pietro Annigoni nel suo studio di Firenze spiega alla moglie Rossella Segreto alcuni aspetti delle sue opere nel dicembre del 1976.


studio per il ritratto di Juanita Forbes (1951).

Ritratto di Margaret Rawlings (1951).


Ritratto di Gerardo Kraft (1951).


Doppio ritratto dello scià di Persia Reza Pahlavi e dell’imperatrice Farah Diba (1968); ubicazione ignota.

Ogni ritratto era davvero una battaglia tremenda per Annigoni e non sempre si considerava vittorioso; cogliere il mistero della persona, creare una poesia dello sguardo, questo ossessionava Annigoni. Solo l’analisi più superficiale può considerare i ritratti di Annigoni, a causa di una tecnica unica, dei ritratti “fotografici”, ma in realtà i volti dipinti da Annigoni non hanno nulla a che vedere con l’elemento fotografico. In realtà ogni volto dipinto da Annigoni supera ogni tipo di naturalismo ritrattistico per cogliere la psicologia del soggetto e scavare nelle sue “finestre dell’anima”.


Nel 1961 Annigoni, dal “Time”, viene prescelto per ritrarre il presidente John F. Kennedy. Ma c’è una certa confusione: «Finalmente a Washington. Un addormentato impiegato di “Time” mi conduce al Mayflower Hotel. Non sa nulla di nulla. Domattina si vedrà. Intanto vado a dormire […]. Un certo Hugh Sidey mi telefona e mi avverte che sono atteso per le 15 alla Casa Bianca, che vada a raggiungerlo verso le 14 nel suo ufficio, proprio di faccia all’hotel: mi accompagnerà, e, strada facendo, troverà il modo di procurarmi un cavalletto»(37). Ancora una volta gli eventi portano Annigoni dalle personalità politiche e carismatiche più potenti del secondo dopoguerra; Hugh Sidey era un giornalista piuttosto noto che lavorò per “Life” nel 1955 e per il “Time” nel 1957, si occupò particolarmente di Kennedy e del suo assassinio, ma anche di Nixon; il periodo storico era legato all’estrema tensione della guerra fredda tra Usa e Unione Sovietica, che avrebbe raggiunto il culmine con la crisi missilistica di Cuba nel 1962; quando Annigoni si trovò a dover ritrarre Kennedy, il presidente era nel bel mezzo del problema con Cuba e con le conseguenze del fallimento dell’invasione della baia dei Porci, avvenuta nell’aprile del 1961. A dicembre Annigoni si ritrova nella Casa bianca e subito toglie ogni aura al luogo più potente del pianeta: «L’appuntamento con Kennedy è stato spostato alle 16. Attendo nella sala stampa […]. Nessuno qui sembra avere la più pallida idea di cosa voglia dire dipingere o disegnare. Intanto è già buio. Ho voglia di rinunciare a questo ritratto. Animazione e nonchalance, molti tappe del suo calvario pittorico, il “Canonicus” dovette anche sorbirsi certe critiche di Kennedy: «Durante l’unica brevissima sosta che s’è concessa dà un’occhiata a quello più progredito dei miei schizzi e, con tono di disapprovazione, commenta un segno di carbone un po’ troppo duro col quale ho tentato di definire il mento […]. Complessivamente, tra mattino e pomeriggio, sono rimasto sette ore nel suo ufficio, ma ho concluso poco. Roba da chiodi. In altri tempi avrei rinunziato. Ora mi rassegno, ma son sicuro che in simili condizioni non farò nulla di buono. Pazienza. Sarà un’esperienza. In fondo, non me ne importa un gran che. Penso alla Madonna per Hayes che aspetta nel mio studio a Firenze. Cercherò di far là che aspettano, guardie, uscieri, dattilografe. Telefoni che squillano, picchiettii secchi di macchine da scrivere. Niente di “grandioso”; tutto terra-terra, par di essere negli uffici di una vera impresa commerciale»(38). Annigoni visse alla Casa bianca una delle qualcosa sul serio»(39). Un grande ritrattista ha bisogno, per operare bene, di una sacra dimensione, dei rituali del proprio studio, del proprio ambiente; Annigoni nella Casa bianca era come un pesce fuor d’acqua, un pesce che non poteva più mostrare i propri eleganti movimenti. Del resto lo stesso Kennedy non voleva saperne e reagì male soprattutto quando vide il ritratto finale: «Gli editori del Time compresero che erano nei guai. Jim Keogh chiese: “Pietro, cosa hai fatto?”, “Bè”, rispose, “Questo è quello che ho visto”. Kennedy nel ritratto sembrava stanco, un occhio sembrava scivolare nello spazio. “Lui mi ha fatto uno sguardo strabico”, lamentò Kennedy. “Bè”, disse Annigoni, “Lui è strabico»(40). In effetti Kennedy era affetto da un lieve strabismo, ma il ritratto non poteva essere di grande qualità senza alcuna posa e senza la serenità del pittore. Annigoni commentò nel Diario«Terzo giorno di lavoro accanito (posso ben dirlo) per tradurre in una specie di dipinto i poveri schizzi che son riuscito a mettere insieme alla Casa Bianca. Lavorato dalla mattina alla sera, e anche la notte. Risultato mediocre»(41). L’incontro tra il genio figurativo e il genio politico non portò a un capolavoro. Peccato. Ma del resto non sempre vi sono le condizioni ottimali… Del caso Annigoni Kennedy ci resta un documento storico notevole, soprattutto quando Annigoni riporta questo passaggio: «La signora Kennedy vuol conoscermi. È simpatica e carina, fragile. Indossa pantaloni e impermeabile (si vede che è venuta dal suo appartamento agli uffici attraverso il giardino). Mi accoglie con molto calore. Si rende conto di quanto difficoltose siano le sedute con un marito che, poveretto, ha così gravi impegni da risolvere. Dovrei stabilirmi a Washington per qualche tempo, mi dice, e trovarmi uno studio. Sarebbe felice se io potessi eseguire per loro un vero e proprio ritratto»(42). Jackie Kennedy amava molto l’opera di Annigoni, lei stessa si dilettava ogni tanto dipingendo qualche paesaggio; era molto incuriosita dalla tecnica della tempera grassa usata dal maestro: «“Eppoi, ogni tanto potrei venirla a vedere mentre dipinge, perché il suo procedimento tecnico mi interessa e mi incuriosisce. Ho sentito dire di una speciale tempera che lei usa, di una strana mescolanza di uova, vino…” Le fornisco qualche delucidazione»(43).

La lezione (Direste voi che questo è l’uomo?) (1953).


Il sermone della montagna (1938-1953), particolare; Pavia, collegio Ghislieri.

Pochi mesi dopo, nel giugno del 1962, Annigoni riceve un nuovo invito per realizzare una copertina del “Time”. Questa volta si tratta del papa, Giovanni XXIII:

«Accompagnato da un incaricato di “Time” e da questi presentato a Monsignor Cardinale che, a sua volta, mi presenta a Monsignor Capovilla, segretario del Papa, […] mi conduce in presenza di Giovanni XXIII. Mentre, piegato in ginocchio, come mi hanno insegnato, bacio e non bacio una mano tesami e sottrattami al tempo stesso, ha luogo la mia presentazione. “Il maestro Annigoni, che è qui per il ritratto” dice Monsignore. “Giovane, per un maestro” risponde il Papa»(44). Ne nasce un disegno che coglie il pontefice in modo vivo ed efficace. Ma il pittore, nonostante il successo mondiale che lo porta a viaggiare in tutto il globo, resta un solitario e nel Diario questa solitudine si sente, anche quando va a Teheran negli anni Sessanta per il ritratto allo scià e a Farah Diba:

«Non mi dovrei lamentare. Mi trattano da signore, e ho perfino una macchina a mia disposizione, con tanto d’autista. Tuttavia mi sento prigioniero. È una vecchia storia. Ho una fitta nel cuore e nel cervello: il male dell’A. Cara, povera A. Prego spesso per lei. Sì, prego, per strano che sia il mio modo di pregare, prego prego prego, e non voglio credere alla ineluttabilità del male. Ave Maria gratia plaena… Teheran. Ma chi se ne frega di Teheran»(45).


Gli anni Cinquanta sono anche gli anni delle grandi allegorie, come Vita Il sermone sulla montagna, dove Annigoni mette tutto se stesso, la sua visione estetica ed etica. Uno dei suoi dipinti più amati e famosi è la celebre allegoria-autoritratto del 1953, Direste voi che questo è l’uomo?, una riflessione classica sulla caducità e vanità del “manichino-uomo”. Dagli anni Sessanta agli anni Settanta la produzione di Annigoni prosegue sempre con i ritratti, sempre più richiesti, ma per la sua ricerca interiore il pittore predilige soggetti metafisici ed esistenziali, come manichini e paesaggi onirici, dove il magistero tecnico figurativo esplora anche i territori del materico-astratto.

ANNIGONI
ANNIGONI
Valentino Bellucci